Per molti giorni,se non mesi,ero in dubbio sull'opportunità di aprire 1 blog
Il blog come ibrido tra pubblico e privato mi sembrava 1 mela comunque marcia.
Ma è un mezzo ke trasuda fascino,è 1 mezzo ke probabilmente sarà parte integrante della mia vita e del mio lavoro,visti i progetti in fieri..e così,proviamo.
Non penso di parlare di me direttamente qui dentro..userò i simboli.
Le mie parole si perderanno in quelle degli altri.Xkè la terra qui è di ness1,e quindi non esistono nè vincoli nè diritti d'autore.
Lo scopo è di fare arte,o pseudotale,o feticci,più ke di raccontarsi apertamente
Lo scopo è creare storie,dare un senso,riempire la testa di ki perde tempo a leggermi di domande.
Le risposte,ogn1 se le crea x sè.Non voglio l'oggettività,non voglio l'univocità.Voglio evocare voglio far riflettere voglio farmi fraintendere voglio sopratutto divertire e divertirmi.
Non fate domande su ciò ke faccio..se volessi essere kiaro,avrei scelto di esserlo.
I commenti,invece,sn dei feedback graditissimi..e magari mi direte voi di me più di quanto possa fare di voi..a dopodomani circa,per i primi segnali di fumo.
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6 commenti:
Quali sono i tuoi film preferiti?
(che kissà perkè, ma non sono mai i più belli...)
american beauty ti fa skifo?
e dogville?
mi è piaciuto anke l'enfant un sacco..x dire cose recenti..
su DOGVILLE:
DOGVILLE è in prima istanza un film sull'accettazione di un dono: un gesto più difficile di quanto sembri, perché un dono è qualcosa che dall'esterno arriva improvvisamente nella nostra vita, suscitando sentimenti magari a lungo soffocati (emblematica è la metamorfosi emotiva di tutti i personaggi) e, soprattutto, reclamando una contropartita, un nuovo atto di generosità. Il discorso imbastito dal regista è, però, più complesso. Il dono in questione, infatti, è un essere umano e, per la precisione, l'ennesima declinazione della figura dello straniero, nei confronti della quale è giocoforza instaurare un rapporto in bilico tra strisciante repulsione ed irrefrenabile fascinazione: un'ambivalenza che si manifesta, ad esempio, nella suspense della scena della votazione (in cui l'ultimo e decisivo rintocco di campana che sancisce la permanenza di Grace risuona qualche minuto dopo gli altri, come il tardivo affiorare di una pulsione repressa) o in quella del tradimento finale di Tom (che consegna Grace ai suoi persecutori non prima di averla ardentemente desiderata). D'altro canto, poiché il film rappresenta il cinico asservimento di una “extracomunitaria” (tale è, nel senso letterale del termine, Grace, che deve farsi accettare dalla chiusa comunità di Dogville), è inevitabile cogliere anche un risvolto politico, un'allusione alla falsa coscienza dei Paesi occidentali che dichiarano di poter fare a meno degli immigrati e della loro forza-lavoro («non abbiamo compiti da darti», si sente ripetere inizialmente Grace) ma, quando il superfluo diventa necessario e rinunciare a certe nuove comodità risulta ormai impossibile, non sanno esimersi dallo sfruttarli. Il tema, dunque, è strettamente attuale (lo si capisce ancor più mentre, accompagnati dal brano "Young Americans" di David Bowie, i titoli di coda scorrono su crudi scatti fotografici riservati a figure del sottoproletariato urbano), e Von Trier lo affronta senza trascurare importanti agganci come i rischi dell'isolazionismo culturale e della xenofobia (sempre più concreti nel dopo-11 Settembre) nonché l'incapacità degli intellettuali (rappresentati da Tom, velleitario scrittore-educatore, ma che incarna anche l’America che quando si mette a parlare di filosofia parla di scelta e si pone davanti solo due vie: una giusta e una sbagliata) di superare il mero umanitarismo e proporsi come pragmatiche guide dinnanzi a problematiche così spinose (ad un certo punto, alle spalle di Tom fa capolino, con evidente effetto antifrastico, la scritta “dictum ac factum”). C'è, poi, un ulteriore livello di lettura: la parabola cristologica. Grace (“la Grazia”) si fa umile serva degli altri, si fa carico dei loro peccati (evocati dal simbolo della mela edenica), è messa in ceppi (o – se volete – al guinzaglio, come il cane di cui ha virtualmente preso il posto sin da quando ne ha rubato l'osso all'inizio del film) ma, dopo essersi ricongiunta al padre, acquisisce improvvisamente una statura sovrumana che le dà il potere di disporre della vita e della morte degli abitanti di Dogville. E, proprio su quest'ultimo punto, riflessione morale e allegoria religiosa convergono: l'apocalisse finale, infatti, non è solo la punizione inflitta a chi ha rigettato o semplicemente non ha saputo riconoscere il divino (Tom è anche simbolo dell'intelletto umano, incapace di cogliere la trascendenza); essa è anche il frutto di una precisa scelta etica di Grace, per la quale perdonare significa accogliere le ragioni degli altri (di nuovo il tema dell'accettazione) ma anche farsene in qualche modo complici e potenziali emuli. Vendetta e distruzione sono l'unica uscita dal vicolo cieco. E tra le macerie della cittadina, l’ultima scena del film si concentra sul cane (dog) l’unico al quale è stata Grace stessa a fare un torto e l’unico a essere risparmiato nel massacro finale. Ed è proprio la scritta “dog” a comparire, esatto contrario di “God” cioè Dio; e per l’appunto Dogville può considerarsi la perfetta antitesi della “Città di Dio” teorizzata da Sant’Agostino.
(non ti dico da dove è estratto questo passo ;-p)
ciao, sarei curiosa di sapere che fai nella vita:P
dai, da qui ti si spia in pochi, l'ibrido mi sembra per ora più indirizzato verso il privato..per il resto a farti fraintendere ci pensi già;)
buon blog! (ma che augurio è??:O)
la mia vita è come il mio blog -
dò alla gente la possibilità di interpretare (o fraintendere,come dici tu);le risposte le ha solo ki mi conosce davvero...
ed è giusto così.
grazie dei rallegramenti :)
Che dirti? Ci siamo conosciuti grazie al tuo modo di scrivere e...nonostante le ns chiacchiere virtuali, sn sempre più affascinata da esso...bravo!
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