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venerdì, novembre 07, 2008

eccole, le rubriche


L'intero giornale è disponibile gratuitamente all'indirizzo: http://www.coolclub.it/public/arretrati/coolclubottobreridotto.pdf

sabato, ottobre 25, 2008

Th.Corp - Radio retailation



Thievery Corporation – Radio Retailation

Etichetta: ESL Music
Genere: downtempo, dub, tropicalismo

Voto: 6/10 (3/5)

you are the drug in my veins
and i'm waiting to feel it again

Rob Garza ed Eric Hilton, il duo di ladri di base a Washington (il loro nome deriva dal fatto che il processo di creazione di ogni loro disco parte dai negozi di dischi della loro città, sistematicamente svaligiati alla ricerca di campionamenti di ogni sorta), sono riusciti, a colpi di album solidi e rassicuranti per il loro pubblico, a diventare un gruppo di culto. Certo, quello che può essere chiamato rassicurante dai fan è etichettato come ripetitivo da tutti gli altri. E Radio Retailation sembra essere nato proprio per provare a risolvere questa piccola diatriba in musica: come rimanere se stessi e sembrare nuovi? La risposta più convincente è di tipo concettuale: il titolo e l’artwork del settimo album fugano ogni dubbio sulla passione politica dei Ladri e sulla volontà di trasmettere messaggi all’interno di tappeti sonori morbidi e rilassanti. Certo, rifare “El Pueblo Unido” in chiave fighetta può sembrare barocco, ma funziona. Anche i suoni cambiano un poco, virando in modo più deciso verso il dub fino alla ricerca dell’easy listening perfetto e inarrivabile. Accompagnati da ottimi amici (Seu Jorge, Sleepy Wonder, Femi Kuti, Lou Lou), e capaci, nella loro decennale storia, di scoprire autentici talenti (Aubele su tutti), i Th.Corp. si obbligano ad un album di transizione. Perché sperimentano, lo fanno massicciamente, e non sempre centrando il bersaglio. Il consiglio è allora quello di ascoltare a ripetizione “Beatiful Drug”, nettamente il brano migliore del lotto, alternare Radio Retailation ai loro classici ed aspettare che i semi copiosamente piantati da Hilton e Garza portino a futuri spettacoli.

sabato, settembre 20, 2008

lykke li - youth novels


Lykke Li – Youth Novels

Genere: electro-pop

Etichetta: LL recordings

Voto: 7/10, (3,5/5)

I get weak
I get weary

I miss sleep

I get moody

I'm in thoughts
I write songs

I'm in love

I walk on


Lykke Li è il personaggio del momento sui blog musicali. Non credo che il motivo di questa sovraesposizione tra gli appassionati e gli addetti ai lavori sia dovuta a una qualche fonte di originalità. La svedese, classe ’86, è infatti un mix piuttosto azzeccato ma nient’affatto innovativo di Bjork, The Knife, Lolita e un goccio lesbo-friendly delle dimenticabili Ta.Tu. Ed è forse per questo che tutti ne parlano: la carica sensuale, giusto per tenerci sugli eufemismi. Ma sarebbe riduttivo associare Lykke a una macchina da soldi, per quanto ci si dovrebbe preparare all’evenienza. L’album infatti presenta alcune ovvie banalità nordic-pop, ma numericamente sono le buone intenzioni ed intuizioni ad avere la meglio. Soprattutto nel finale (ma chi le fa le scalette?), nella terna inaugurata dal singolo per il mercato europeo, “Breaking it up”, e completata da “Time flies”, che rende Lykke ancora più giovincella disperata, e “Window Blues” in cui si mette pure a cantare in francese. E’ un opera prima, e il futuro è questa volta indecifrabile. Potrebbe diventare una star o una meteora assoluta; molto più probabilmente sarà la cantante che piace alla gente che piace. Se volete darvi un tono, ecco il nome giusto: Lykke Li. Oltre a fare i fighi, avete anche un buon prodotto tra le mani.

Alborosie - Soul Pirate


Babylon dem thief my herb
dem thief my herb

Alborosie – Soul Pirate

Genere: reggae

Etichetta: Forward recordings

Voto: 8,5/10 (4,5/5)

Soul Pirate è fantastico. La recensione potrebbe finire qua, ma perché non raccontarvi il perché di tutto questo entusiasmo? In fondo potrebbe essere solo campalinismo. “From Sicily to Kingston, Jamaica” recita David Rodigan nell’intro; già basterebbe a far venire i brividi. Ma qua non è solo gusto per l’esotico, qua stiamo parlando di “real authentic reggae music”, sempre citando il più importante ambasciatore dei turntables dell’eredità della genie Marley. Stiamo parlando di Alberto D’Ascola, cantante dotato di una voce roca quanto evocativa ma soprattutto di una proprietà di linguaggio, di quel linguaggio, di quell’inglese sporco ma chiarissimo, che fa impallidire. Un album reggae non può non superare la prova della filologia: “Soul Pirate” è promosso a pieni voti. E il meglio è nella melodia: i 20 minuti aperti da “Precious” e chiusi da “Police” sono killer. All’interno di questo medley spunta “Herbalist”, primo singolo, primo nelle vendite in Giamaica, prima volta per uno straniero. E se pensate che questo cuscinetto d’oro faccia vivere di rendita Albo, vi sbagliate. C’è un altro regalo per chi giunge fino in fondo: una cover difficilissima, quella di “Natural Mystic” di Bob Marley, interpretata con suo figlio Ky-Mani. Fantastico, ora sapete perché.

giovedì, luglio 03, 2008

Sigùr Ros - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust


Con un ronzio nelle orecchie
suoniamo all'infinito

Sigùr Ros - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust

Genere: Post-rock

Label: Beggars/XL

Voto: 7,5/10 (4/5)

Recensire I Sigùr Ros fa vivere la stessa sensazione che proverà il responsabile delle pagelle della Roma del Corriere dello Sport una volta arrivati a dover parlare di Totti: non si va al di sotto della sufficienza. Sono una delle pochissime band in grado di emergere senza dover ricorrere al già sentito (gli echi di Syd Barrett sono, appunto, solo echi), spocchiosi e irridenti per quanto sono bravi. E qui sfornano il capolavoro del cerchiobottismo intellettuale. Questo lavoro dal nome impossibile riesce ad accontentare tutti con “soli” 3 capolavori: il marketing con “Inni mer syngur vitleysingur”, 4 minuti come biglietto da visita per la promozione radiofonica (con un battage pubblicitario a rimorchio degno di Madonna), i fan modaioli e un po’ depressi con “Ara batur”, gli appassionati più viscerali e ortodossi con “Festival”, candidata a far capolino nei cuori di moltissimi devoti al dio Jonsi, cantante etereo e dominante allo stesso tempo. Le prime quattro tracce sembrano preludere a qualcosa di nuovo, di diverso dal solito: più pop, più rock, più prog. Nella seconda parte si torna sulla solita amabile solfa. Quando si recensiscono album così si utilizza un eufemismo: disco di transizione. E non si va oltre il 5 in pagella. Per i Sìgur la transizione è ben sopra la sufficienza. Un album da consigliare, sempre il titolo vi permetta di farlo.

p.s. il grassetto in italiano è la traduzione del titolo dell'album

sabato, giugno 21, 2008

il genio - il genio


Non sono una professionista
e neanche abbastanza smaliziata
per dire il mio punto di vista
no, non è possibile
che l'uomo sia andato sulla luna
no, no, no
scusate la franchezza
ma lo pensano molti scienziati
e quindi non è possibile

Il Genio – Il genio

Genere: retròpop

Label: Cramps Music – Self

Voto: 3,5/5 (7/10)

Non ci si deve imbarazzare a fare il tifo per i nostri prodotti migliori, prodotti da esportazione, prodotti da mettere in bella mostra. E’ il caso di questo duo composto da Gianluca de Rubertis, già Studiodavoli. Ed è proprio grazie a Il Genio (è sempre meglio che chiamarsi ‘Il deficiente’, dicono loro) che torna sulla scene la storica etichetta Cramps. Insomma, i presupposti per il colpaccio ci sono. E non è solo una questione di immagine e di etichetta: la raffinatezza del suono, un pop vintage che non disdegna inserti di psichedelia, va a miscelarsi perfettamente con testi talvolta visionari, in altri casi ironici, comunque sia vincenti. Il quartetto di pezzi iniziale è da applausi, in particolare “Non è possibile”, un’irriverente disamina sullo sbarco dell’uomo sulla Luna, e “Pop porno”, la perfetta candidata a tormentone estivo intellettuale (grazie a un testo da 10 in pagella). L’album è solido, forse troppo: non c’è il sussulto, il cambio di direzione, qualcosa che non faccia pensare alle canzoni intermedie come un, seppur onesto, riempitivo. “Una giapponese a Roma”, cover di un brano cult di Kahimi Karie, chiude questo disco d’esordio nobilitando ancora una volta gli sforzi del duo per cui noi, sempre più spudoratamente, continueremo a tifare.

venerdì, giugno 20, 2008

Cristina Donà - piccola faccia



Quanta bellezza
aggredita sciupata
eterna sete di potere
mai appagata

l'orizzonte scappa
se non hai meta
lontano da te
l'uomo sbrana l'uomo
succhia la preda
e dimentica

Cristina Donà – Piccola Faccia

Genere: Pop, cantautorato

Label : Capitol

Voto (4/5 – 8,5/10)

Anche se fosse stato un album “normale” avremmo dovuto applaudire Cristina Donà per la scelta, a solo un anno di distanza dal suo ultimo album di studio, “La quinta stagione”, di dare alle stampe un prodotto che è impossibile definire semplicemente come un best of. Riarrangiare in chiave acustica i propri brani più fortunati vuol dire nobilitare 10 anni di carriera, impegnarsi e allo stesso tempo mettersi in gioco. Il punto è che però l’album non è normale, ma bellissimo, forse addirittura il più bello della carriera della cantautrice milanese. Molte tracce sembrano uscire ulteriormente abbellite da questa rivisitazione che asciuga i suoni senza minare l’impianto complessivo delle canzoni, nobilitandone l’intimismo e l’emotività delle liriche. La rivelazione di quest’album è proprio la Donà che, forse per la prima volta nella sua carriera, non ha paura di liberare totalmente la sua voce, di lasciarsi andare. “Piccola Faccia”trasmette la passione di chi lo ha creato e perciò conquista sin dal primo ascolto. Giuliano Sangiorgi impreziosisce “Settembre”, la cover di “Sign your name” di Terence Trent D’Arby strapperà un sorriso ai nostalgici. Un album pressoché perfetto, che piacerà a tutti e che sedurrà gli ultimi scettici sulle capacità di una delle migliori espressioni del pop italiano. Se tutti i best of avessero un’anima…

sabato, maggio 24, 2008

Madge - Hard Candy

Madonna – Hard Candy

Genere: Pop

Etichetta: Warner

Voto: 2,5/5 (4,5/10)

Even the devil wouldn't recognize you,
but I do

Sia ben chiaro: io il 6 agosto 2006 c’ero all’Olimpico e non escludo di poterci essere sempre là, il 6 settembre, per Madge. Niente pregiudizi, anzi, forse pure un eccesso di devozione. Ma questo album, l’undicesimo lavoro di studio del fenomeno sociale più importante della storia della musica, è mediocre, niente di più. E c’è un motivo, chiarissimo: per la prima volta nella sua storia Madonna non è la protagonista. Non detta legge; non è sei mesi avanti a nessuno e anzi, talvolta sembra essere un anno dopo Nelly Furtado la quale a sua volta non verrà ricordate per essere un’avanguardista; non sceglie i migliori produttori del mondo ma i più inflazionati, se non addirittura “scaduti”: Timbaland sta tirando la carretta finchè può, per Pharrell si tratta addirittura di un ritorno (più che decoroso, ad essere sinceri) dopo l’altare e la polvere. E’ soverchiata nel singolo “4 Minutes” dove, senza l’ausilio di un incomprensibile video, si fa fatica a riconoscerla, schiacciata da Timberlake. Per la prima volta Madonna decide di non far sbrodolare il suo ego, e fa malissimo. Le vendite non ne risentono, ma è evidentissimo lo spaccamento in due di un lavoro che passa dall’incedente “Spanish lesson” alle ottime (sì, ok, siamo su un giornale indie, perdonatemi) “Miles away” e “Beat goes on”. E più Madge assomiglia al solito, vecchio, irresistibile teatrino di sé stessa, meglio va. Più si sente il tocco degli altri, più è pappa insipida. Mrs. Ritchie, hai 50 anni, deciditi: o ti ritiri o chiami Mark Ronson. A salvare il mondo, lui sì.

meg - psychodelice


Meg – Psychodelice

Genere: Electro-pop

Etichetta: Self

Voto: 3/5 (6,5/10)

è troppo facile innamorarsi di te
e tu lo sai
sorridimi ancora così
prima di uccidermi

Seconda fatica da solista per la napoletana ex-voce (e musa) dei 99 Posse. Dopo lo straordinario esordio Meg ha decisamente accentuato la sua propensione verso l’electro-pop affidandosi a Stefano Fontana (Stylophonic), sempre di più produttore di riferimento in Italia (anche Bugo si è avvalso delle sue alchimie), la cui presenza è evidente sin dalle prime note. Ne viene fuori un album davvero difficile da analizzare. Perché se da un lato il talento di Meg nella voce e nella composizione non sono da obiettare, come del resto è difficile attaccare Fontana per la costruzione di un immaginario musicale che, ne siamo certi, coincide perfettamente con le richieste dell’artista, allo stesso tempo l’alone-Bjork è forte come non mai, quasi umiliante per chi non ha più niente da dimostrare, per chi ha la forza di esprimersi come qualcosa di diverso, di compiuto, di veramente unico. L’album, pur avendo una natura spiccatamente pop, non è affatto di facile fruizione e merita non meno di tre ascolti prima di un’analisi più lucida. Qualche sbadiglio e qualche perplessità sui brani in inglese, ampiamente compensata da gemme come “E’ troppo facile” o trappole come il singolo “Distante” portano a una piena sufficienza velata da più di un rimpianto.

domenica, aprile 27, 2008

caparezza - le dimensioni del mio caos

Non ascoltare questi maldicenti.
Non si va avanti con la forza ma con la forza degli argomenti.
Non ascoltare questi mentecatti.
Un vero uomo si dovrebbe alzare per lavare i piatti.

Caparezza – Le dimensioni del mio caos

Genere: combat-rap

Etichetta: Virgin

Voto: 3,5/5 (7,5/10)

Michele Salvemini da Molfetta, Puglia, è tornato. Quarto album di studio per il nostro principale prodotto d’esportazione ed ennesima spietata analisi della nostra società. Il Capa è in grande, grandissimo fermento creativo: pubblica quest’album proprio mentre il suo libro “Saghe Mentali” invade le librerie, non è mai uguale a sé stesso nei suoi set dal vivo, dove annoiarsi è obiettivamente impossibile, re-inventa il fotoromanzo. “Le dimensioni” è una sorta di doppio concept album in cui le storie di due personaggi di fantasia, Luigi delle Bicocche, “protagonista” dell’ottimo singolo “Eroe” e Ilaria Condizionata sono funzionali alla narrazione delle italiche sorti. Creatività e caos spesso vanno a braccetto e questo è apparso chiaro sin da subito al Nostro, che forse ha subìto la sua stessa verve e ha messo fin troppa carne, seppur pregevole, sul fuoco.

Il risultato finale è un album in cui le singole tracce funzionano (“Abiura di me” su tutte) ma il complesso appare un po’ forzato e ridondante. Un album comunque positivo, che conferma le doti di Caparezza come scrittore, come sociologo - “Vieni a ballare in Puglia” deve far riflettere i nostri politici - e come musicista - l’utilizzo massiccio di strumenti tradizionali, chitarre in primis, è un indiscutibile titolo di merito - ma che lascia aperte una serie di questioni, prima fra tutte: come andrà a finire tra Capa e il suo caos?


camille - music hole



Allez Camille Simon allez
allez Camille Simon Sonia allez
allez Camille Simon Sonia Florence allez
allez Camille Simon Sonia Florence Hervé allez

Camille – Music Hole

Genere: Pop

Etichetta: EMI

Voto: 4,5/5 (9,5/10)

La musica non è più quella di una volta, dicono. Forse è così: spesso si utilizza questa frase per indicare il declino delle produzioni negli ultimi anni. Forse è vero che le cose sono cambiate in peggio. Ma quando le arti si trasformano e violano canoni, spesso spiazzano. Quando c’è la qualità, entusiasmano.

Questo è “Music Hole”, è semplicemente l’album dell’anno. E dire ciò in primavera vuol dire essere di fronte a un prodotto di valore assoluto. Da mesi non si avvertiva un senso di novità e allo stesso tempo non si provavano simili brividi. Un album perfettamente coerente ma composto da tante piccole storie, tante tracce che vivono da sole. La produzione, a cura di Matthew Kerr, si muove tra il visionario e il folle ed è attorno a suoni liquidi e destrutturati che la parigina Camille esplode. La sensazione che si prova è quella di una forza della natura che si diverte con suoni messi lì quasi a caso, poi decide che deve mettere tutto in ordine con la sua voce, e lo fa tutte le volte. La 30enne francese canta in inglese e si candida così al ruolo di primazia nel pop d’autore. Il timore, come sempre, è che prodotti del genere passino inosservati: anche per questo il parlare di “Music Hole” è quasi un dovere morale.

Perché la musica potrà anche non essere più quella di una volta; ma se nel giro 16 mesi si ha il piacere di recensire Amy, Adele e Camille non c’è motivo di essere preoccupati. Anzi.

lunedì, marzo 24, 2008

24 grana - ghostwriters


E vvote po' me giro e penso a na jurnata e sole
ma dinto fa nu friddo ca se more
nun tengo a nisciuno a chiammà, nun tengo nisciuno pe' ascì
e po' se cercasse e parlà nun sapesse che dì

Saglie coccosa che m'agita, comme a paura e guardà
me sient a piezze e nun voglio asciuttà lacreme senza cagnà

E vvote po' me giro e penso a nata cosa ancora
me metto e mmane 'nfaccia tanto saccio che sto fore!
nun tengo cchiù niente a vedè, nun tengo nisciuno a capì
cca pure se torna n'amico nun se fa sentì

Saglie coccosa che m'agita, comme a paura e guardà
me sento a piezze e nun voglio asciuttà lacreme senza cagnà


24 grana – Ghostwriters

Etichetta: Sintesi 300/Self

Genere: pop, cantautorato

Voto: 4/5 (8/10)

Gli unici punti di contatto tra i 24 Grana per come erano (ri)conosciuti nel panorama musicale italiano sono la composizione della band, guidata come sempre da Francesco di Bella, e l’utilizzo massiccio della lingua napoletana per esprimersi (7 tracce su 9). Per il resto stiamo parlando a tutti gli effetti di un gruppo nuovo, sin dal luogo dove si è deciso di produrre Ghostwriters: per la prima volta viene abbandonata Partenope in favore di Roma. Le influenze rock e dub degli esordi, pur apparendo sottotraccia, hanno lasciato il passo alla ricerca della forma-canzone. Il napoletano è funzionale al progetto e nobilita una lingua troppo spesso violentata dai neomelodici e riesce a emozionare l’ascoltatore molto più dell’italiano, utilizzato per le due collaborazioni di prestigio (Riccardo Sinigallia per “Avere una vita davanti”, Filippo Gatti per “Le Verità”) ma incapace di incidere pienamente sul racconto in parole offerto dall’album. Un album lucido, cosciente e maturo, che rende necessario il riconoscimento a livello nazionale della band come scrittori di canzoni nel senso più pieno del termine. Di Bella e soci sono finalmente usciti dalla scomoda gabbia del giovanilismo. Lieti di testimoniarlo.



portishead - third

I don’t know what I’ve done to deserve you
and I don’t know what I’ll do without you


Portishead – Third

Etichetta: Island

Genere: Trip-hop

Voto: 4/5 (8,5/10)

Se Beth Gibbons non fosse nata a Bristol, la capitale mondiale del trip-hop (e non solo di quello), ma in Italia, magari nel profondo Sud, in qualche borgo calabrese dove la tradizione ha la meglio sul progresso, forse quella chioma bionda e quel fascino magnetico sarebbero a disposizione della comunità. Forse Beth sarebbe una prèfica, una donna che piangeva i morti a pagamento in occasione dei funerali. E credo che ci si sarebbe impegnati per avere Beth in tutte le funzioni. Se i Portishead non si fossero riuniti, il trip-hop, bandiera mai del tutto ammainata ma a mezz’asta da troppo tempo, non avrebbe mai avuto né la parola fine né la seconda puntata. Sarebbe stato un incompiuto: impossibile, per il peso specifico (e la conseguente eredità) di quello che, a livello musicale, può essere definito l’ultimo sussulto degli anni ’90. Se ci si fosse fermati a Dummy (1994), un cd assolutamente irripetibile, per loro come per chiunque altro, avremmo a che fare con un disco leggendario infarcito da una marea di rimpianti.

Ma la storia non si fa con i sé, e così Beth è tornata a casa dopo dimenticabili progetti solisti, a Bristol il trip-hop è stato tirato via dai cassetti e ripulito da un po’ di polvere stantia. E così, aspettando il tanto annunciato Weather Underground dei Massive Attack ci godiamo la terza fatica di studio del terzetto britannico. I 10 anni di pausa si percepiscono, ma non in modo determinante. Il suono è aggiornato, ma l’estetica del dolore, incarnato da sempre da un’ancora imprescindibile Beth Gibbons, è rimasta la stessa. Third raggiunge punte di eccellenza assoluta laddove si corrono i rischi maggiori, laddove la prèfica non deve solo piangere ma guidare le danze, laddove l’elettronica le fornisce un caldo riparo. E allo stesso tempo Geoff Barrow e Adrian Utley sarebbero due figuranti di lusso se non disponessero di cotanta chanteuse. Lo testimonia “The Rip”, dove il cantautorato non avrebbe lo stesso senso se non supportato dai sintetizzatori. L’opener “Silence”, al primo ascolto in particolare, è un viaggio emotivo difficilmente traducibile in parole. La traccia migliore, la numero 9, “Small” sarebbe piaciuta molto anche a Jim Morrison. E’ l’album tutto a rapire, indistintamente. I Portishead sono un’alchimia difficilmente ripetibile. La speranza è che ne siano consapevoli anche i protagonisti. Noi, 10 anni, non li vogliamo più aspettare.

domenica, febbraio 17, 2008

offlaga disco pax - bachelite


Qualche anno fa un giudice chiese a Francesca perchè lo scelse come compagno di vita
A questa domanda rispose con una frase da gioventù nichilista, lapidaria,
nel senso di lapide.
"Giusva era il ragazzo più sensibile che io avessi mai incontrato"

Che razza di tipacci fossero gli altri ragazzi che aveva frequentato
non ci è dato sapere
di sicuro Francesca con gli uomini non è stata fortunata
e la parola sensibile resta dubbia e ambivalente
come il coinvolgimento dei NAR per i fatti del 2 agosto 1980
[..]

Per evitare di confondere la sensibilità con l'eversione fascista e stragista
stabilremo dei limiti
Definiamo quindi il neosensibilismo il nostro modo di essere sensibili
che del tutto si distacca dalle ambiguità di Francesca Mambro
da cui ci dissociamo
anche per l'uso sconsiderato e irresponsabile
del vocabolario.
La signora Mambro e il camerata Fioravantisono fuori di galera.
Fa male ammettere che al momento
vincono 2 a 0.


Offlaga disco pax – Bachelite

Genere: spoken poetry

Etichetta: Santeria/audioglobe

Voto: 4/5 (8/10)


Max Collini, il più improbabile dei frontman, è finito su un palco per la prima volta a 36 anni. E nemmeno grazie alle sue doti vocali. Ingegnere di Reggio Emilia, terra in cui i CCCP hanno lasciato un segno ancora tangibile a oramai 20 anni di distanza dai loro capolavori, scrive testi senza i quali gli Offlaga Disco Pax non avrebbero alcuna ragione di esistere. Non me ne vogliano Enrico Fontanelli e Daniele Carretti, gli altri componenti della band, devoti al kraut-rock e alla new-wave ma soprattutto all’analogico, assolutamente onesti nelle loro tessiture sonore. Ma cosa sarebbero gli Offlaga senza le intuizioni della vita di città, delle piccole cose che diventano insegnamenti per la vita, della nostalgia viva per un comunismo forse un po’ annacquato, à la Lula da Silva, citato in “Dove ho messo la mia golf”, di quel realismo sociale che diventa poesia in prosa? La formula Offlaga non perde di credibilità né di appetibilità. Questa è e sarà sempre la sfida legata a un azzardo così grande: non cantare. Allo stesso tempo sento di non condividere pienamente la scelta ortodossa di mescolare voce e musica, come fossero un unico flusso indefinito. Non è così: apprezziamo la modestia di Collini, ma è lui, il più improbabile dei frontman, a poter far emergere gli Offlaga dalla (seppur) prestigiosa nicchia underground in cui si sono posizionati.


Adele - 19


Should i give up,
Or should i just keep chasing pavements?
Even if it leads nowhere,
Or would it be a waste?
Even If i knew my place should i leave it there?


Adele – 19

Genere: Pop

Etichetta: XL records

Voto: 5/5 (10/10)

Non avrei mai immaginato che il mio primo 10 in pagella sarebbe giunto così, per una carneade, l’ennesima giovane talentuosa londinese (Tottenham per la precisione), anche in questo caso non bellissima, che viene presa per mano da valenti talent scout (Mark Ronson vi dice niente?), viene mandata su tutte le copertine con qualche etichetta che fa più o meno così: “la nuova…”. Quante volte abbiamo visto sensazionalismi del genere? In questi ultimi anni la tendenza è schizofrenica, non c’è nemmeno il tempo di far fare un album a un’artista, che subito viene fuori la nuova qualcosa, il nuovo qualcuno. Adele è la nuova Amy Winehouse? Assolutamente no. Ed è un bene. Amy ha e avrà sempre qualcosa in più dal punto di vista della personalità, ma se parliamo di musica (e basta), dovrà darsi da fare per tenere la leadership. Non si sentiva un album così emozionante da anni, sinceramente. Grandissime doti vocali (ed ecco qua il tam-tam della “nuova…”) accompagnate da un songwriting ispirato (“scrivo solo quando sono depressa”, dice la 23enne). Un pop coraggioso, pulito, non ruffiano. Nessun punto debole: risulta in qualche misura limitante indicare le migliori canzoni in un lavoro così organico. Ma se proprio dobbiamo, vi suggeriamo “Chasing Pavements”, che ha convinto anche la gerontocrazia radiofonica italiana. E’ nata una stella. E speriamo che non ci si affretti nella scoperta della nuova Adele, perché c’è da godersi pienamente lei. L’originale.


baustelle - amen



tanti messicani in un deserto a Foggia e pochi pistoleri
fanno sì che i nostri maccheroni al sugo restino i migliori

Baustelle – Amen

Genere: Pop

Etichetta: Warner

Voto: 4/5 (8,5/10)

Quarta fatica di studio per l’oramai terzetto originario di Montepulciano (Fabrizio Massara ha lasciato la formazione dopo “La Malavita”). Un album che vince per netto distacco sui precedenti: il più compiuto, maturo, completo. Un lavoro che decanterà lentamente e che fra 10 anni verrà indicato come uno dei manifesti della storia pop italiana. C’è tutto per creare il culto Baustelle, dalla cura (anche estetica) del dettaglio, alla personalità di Francesco Bianconi che convince sempre di più ai testi (e sempre meno alla voce) alla straordinaria Rachele Bastreghi che non a caso appare presente come non mai alla voce e che è protagonista del miglior pezzo dell’intero album, quella “Dark Room” che ci auguriamo diventi un singolo. Gemme su gemme in album che, nonostante le sue 15 tracce, presenta ben pochi momenti di stanca. Su tutte “Baudelaire”, pronta a fare la storia; umorismo nero e menzione meritoria anche per “Spaghetti Western”. L’iperproduzione caratteristica dei Baustelle “multinazionali” viene qui utilizzata come uno strumento per mescolare senza timori le varie influenze che hanno caratterizzato il gruppo, soprattutto quel gusto per il tropicalismo che diviene poi, un po’ a sorpresa, la cifra distintiva di questo “Amen”. Bravissimi.

sabato, dicembre 08, 2007

subsonica - l'eclissi



Subsonica – L’eclissi

Genere: elettro-pop

Etichetta: EMI

Voto: 2,5/5

“L’eclissi” è stato il cd più atteso della storia dei Subsonica. E non tanto per l’indiscutibile bravura del quintetto torinese, quanto per la delusione seguita a “Terrestre”, primo album prodotto e distribuito con il sostegno di una multinazionale. Ovviamente l’attacco al potere discografico è stato fin troppo facile dopo una tale involuzione, che gli stessi Subsonica hanno addotto a una voglia “di prendere gli strumenti in mano”. Esperimento non riuscito. Sono tornati alla calda elettronica, un ossimoro che con loro funziona perfettamente. Hanno scelto un titolo che col senno di poi rappresenta una perversa descrizione dei loro sviluppi di carriera. Strepitosa per quanto riguarda il seguito di pubblico: palazzetti esauriti, devozione religiosa verso Samuel e Boosta. Ma non musicalmente: il cd non funziona, non punge, non convince. Il singolo “Glaciazione” non fa la differenza e sono le tracce che più ricordano il loro glorioso passato, “Veleno” e “Piombo” quelle che strappano gli applausi. Sembra abbastanza palese che i Subsonica stiano studiando da grandissimi, si intravedono barlumi di genialità pop. Ma non sono ancora pronti. E proprio per questo il prossimo cd sarà ancora più atteso.


martedì, novembre 20, 2007

alicia keys - as i am


Alicia Keys – As i am

Etichetta: Columbia

Genere: Soul

Voto: 3/5

Nel novero delle eredi di Aretha Franklin (quante si sono, o sono state fregiate di tale epiteto?) è questa signorina di 26 anni a partire dalla prima fila. Sono passati ben 4 anni dalla sua ultima uscita in studio, intervallata da uno straordinario MTV Unplugged del 2005. Per il terzo lavoro Alicia è tornata a mettere sé stessa al centro e in questo senso il titolo dell’album appare piuttosto eloquente. Voce straordinaria e pianoforte suonato da manuale la fanno da padrona scaldando i cuori e soprattutto gli animi dei fan. Forse sarebbe stato sufficiente fare un album secco, potente, che si poggiasse solo su questi due ingredienti per avere un’ottima pietanza. La prova? “The thing about love”, due spanne più bella di tutte le altre. E invece la produzione di Linda Perry sembra allungare il brodo in modo francamente inspiegabile. Discorso diverso per John Mayer, bravo a impreziosire “Lesson Learned”. Il singolo “No One” staccherà di gran lunga i suoi predecessori in quanto a vendite, ma nella congiuntura contemporanea che vede Amy Winehouse come regina assoluta della materia le avvisaglie di noia a fine album sono peccato imperdonabile. Alicia, sei così brava che non studi. E così ti tocca una tiratina d’orecchie.

martedì, novembre 13, 2007

sigur ros - hvarf-heim


Sigur Ros – Hvarf-Heim

Etichetta: EMI

Genere: Post-rock

Voto: 3,5/5

Di quante band potete (non) dire “sono i nuovi…”? Quanti suonano davvero nuovo, originale? Il numero preciso dovrebbe trovarsi all’altezza dei polpastrelli delle vostre mani e ciò già basterebbe a incensare i Sigùr Ròs. Non avete mai sentito e forse non sentirete mai cantare in islandese se non da loro e chi vi parla dei Pink Floyd per ricondursi al quartetto di Reykjavik forza un po’ la mano. Sul fervore creativo della band nessuno può avere dubbi. Lo dimostra il contesto in cui i Sigùr pubblicano questo album, che è più che altro un doppio EP. In “Hvarf” troviamo cinque outtakes elettrici, tre del tutto inediti, incisi durante la loro carriera (circoletto rosso per “Haffsol”); in “Heim” sei tra i loro pezzi più riusciti rivisti in chiave acustica, in cui “Staraflur” non perde un briciolo della sua carica espressiva così come Jonsi, tormentano front-man della band, ancora più a suo agio tra atmosfere rarefatte. Preso singolarmente un buon album ma che aggiunge poco alla già splendida carriera dei Sigùr; pensato come colonna sonora di Heima, documentario a cura della band in cui la loro Islanda viene raccontata e elevata a paradiso di salubrità e oasi naturalista, ci si rende conto ancora una volta che è cosa buona e giusta tenere i Sigùr sui famosi polpastrelli.

mercoledì, ottobre 31, 2007

morcheeba - dive deep

(copertina non definitiva, l'album dovrebbe uscire l'anno prossimo)

Morcheeba – Dive deep

Etichetta: PIAS

Genere: trip-pop

Voto: 4/5

Nessuno avrebbe puntato un centesimo su un ritorno del genere. Dopo la dipartita di Skye Edwards, front-girl talentuosa e ricca di personalità, dopo aver vissuto stagioni meravigliose dal punto di vista della musica (“Big calm”, che quasi dieci anni fa ci raccontava come il trip-hop non era necessariamente una cosa da realizzare sotto il grigiore della provincia britanccia) e del pubblico (“Rome Wasn’t built in a day), il percorso si era fatto tortuoso. E a un certo punto la terra manca sotto i piedi. Sfido chiunque a citarmi qualcosa da “The andidote”, datato 2005: perso il contratto con la casa discografica, persa la nuova cantante, Daisy Martey, a causa di controversie sessuali coi fratelli Godfrey. Logica la diffidenza nell’approcciare a questo “Dive deep”. Ancora più logico il sorriso che spunta all’ascolto dell’album, sin dall’opener “Enjoy the ride”. Nuovo pool di voci, tutte assolutamente all’altezza del gravoso compito, e un suono che sembra voler aggiornare il capolavoro che nel 1998 diede loro la giusta visibilità. Tra i cantanti spicca Manda e la sua “Au delà”, una canzone semplicemente straordinaria: non ci si deve vergognare a candidarla tra le 5 migliori canzoni dell’anno e nella top 3 della storia della band. Il cd prosegue in modo ruffiano e piacevole rimettendo in gioco una formazione che fortunatamente ha ancora qualcosa da dire. E con il linguaggio dei tempi d’oro.