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martedì, dicembre 02, 2008

il mio mei

Partirei dall'osservazione sul fatto che il mio solito bilancio di fine settimana arrivi già con quella successiva nel pieno delle sue pieghe.

Mi ritrovo a scrivere sottraendo tempo ad altro e sapendo che me ne pentirò.
Ma essere blogger è anche questo, è una specie di lavoro, è una sorta di servizio da rendere a chi legge, a chi è davvero interessato ai fatti tuoi, e anche a chi ha bisogno di qualche argomento con cui allungare il caffè.
Ma allo stesso tempo, se si è arrivati al martedì, vuol dire che è sempre più difficile scrivere. E sempre più appagante e simbolico farlo.

Inutile dire che il weekend al MEI rappresenta il climax di settimana, almeno all'apparenza.

Perchè i momenti più significativi della settimana si sono consumati all'altezza di un Eurostar City che partiva (quello che arrivava fa parte già della settimana entrante - ah, che espressione da meravigliosa anzianità, "settimana entrante").


In ogni caso andavo al Meeting delle Etichette Indipendenti, un appuntamento atteso da anni, caricato da me di un'aura di mistero e magia.

(tra i miei sogni proibiti c'è quello di fare l'A&R in Warp - la Warp è la migliore etichetta del mondo: http://www.warprecords.com. L'A&R è quello che scopre gli artisti, il talent scout, Paoletta in EMI Publishing, Alice in EMI Music, insomma)

E ho assistito a una via di mezzo tra una fiera di quartiere e un happening.
Non so dire se mi aspettavo qualcosa di più, forse non è così.
Sicuramente ho fatto bene ad andarci perchè è importante vedere certe cose.

E' importante sapere che agli addetti ai lavori italiani non interessa un cazzo del futuro (un problema che, in verità, affligge l'Italia intera, miei coetanei in primis. I primi che sono pronti a vendersi la madre per inculare il vicino).

Sono così terrorizzati dalla crisi che si sono focalizzati sul nostro mercato come se fosse l'unico posto possibile, quando proprio al MEI sono stati organizzati workshop internazionali con pezzi grossissimi del management e della discografia, dell'organizzazione eventi, dei rapporti con i mercati.


Gente venuta dagli Stati Uniti, da tutta Europa, a portare le loro esperienze di promozione, le loro competenze organizzative, le loro reti di relazioni. E a cercare in cambio contatti, solo contatti.

Hanno organizzato tre workshop, hanno trovato 11 persone alla prima, 4 alla seconda e alla terza.

Tra cui me, che non sono nè un musicista, nè un discografico, nè un editore, nè uno che ha i soldi.
E mi sono ritrovato a dover disquisire, con il mio inglese imbarazzante, sul perchè c'ero io e non c'erano le etichette, a spiegare che lavoro faccio e perchè sono lì, a offrire soluzioni sul mercato italiano e ad ascoltarne sul mercato mondiale.

E sono tornato a casa estremamente carico.

Perchè ora ho un articolo in esclusiva per Coolclub (c'ero solo io a quei cazzo di workshop, e se non è esclusiva quella...) e dati unici per Proforma (che spero si lasci sedurre dalle mie idee sulla musica).

E sopratutto, ho più conoscenza di tutti quelli che, nella zona fieristica, smerciavano demo per gli stand, demo che verranno tutti cestinati da persone preoccupate solo di scannarsi tra loro per un mezzo talento italiano e per vendere ventimila copie, invece di pensare che il mercato è fatto di sei miliardi di persone.

E che la musica è un servizio, non più un prodotto.

E che il mercato discografico è talmente tanto in crisi, che questo è il momento migliore per una visione a lunghissimo termine.

Per sognare, per non preoccuparsi delle economie. Per fare educazione alla promozione di prodotti culturali.


Ciao MEI, ci rivediamo.
Ma non da "semplice" spettatore.
Tra una cosa e l'altra, a piccolissimi passi, proseguo nella mia carriera parallela.

Andando per workshop e prendendo appunti.

lunedì, novembre 24, 2008

le stelle e gli occhiali



Just like a star across my sky

Argomentavo su un prodotto musicale da me prodotto nella giornata di ieri a proposito della difficoltà a delimitare lo spazio di vita.

Mi viene da pensare alle stelle, perchè forse il mondo non basta più.

Le stelle potrebbero essere quelle che ti piazzano sul petto, quando ti chiamano al lavoro in un freddissimo sabato di novembre, quando mandi l'ultima mail alle 21.27, quando in teoria potresti (dovresti?) gastemare il mondo intero se devi svegliarti alle 8.30 anche nel weekend, se devi fare una cosa difficile, se la devi fare per la prima volta.
E invece no, basta poco a rendersi conto che, anche se le ore settimanali di lavoro crescono seguendo una curva esponenziale, tu sei un privilegiato. Ed è per questo che, sebbene da più fronti suonino allarmi, sempre uguali ("tu impazzirai" "noi non ce la faremo a fare tutto"), allarmi per altro assolutamente condivisibili, io continuo a vivermela con singolare incoscienza.

Sono un privilegiato perchè prima di tutto, non si sa mai bene come, forse dormendo sempre di meno (o forse avendo fatto cadere naturalmente una serie di rapporti che si basavano sulla sclerotica ripetizione di intercalari o di scambi di cortesie privi di sentimento) ho comunque il tempo di farcela, di ritagliarmi scorci indimenticabili nella tua vita di giovanissimo adulto.

Anche distruggere un paio di occhiali in un bizzarro intreccio di circostanze può diventare un episodio leggendario. E diventa anche la principale preoccupazione di inizio di settimana.
Devo andare a recuperare al più presto una montatura nuova (e le lenti anche, la parte destra non esiste più).

Mi avete mai visto senza occhiali? Fanno parte di me, quindi vivo con una certa trepidazione la scelta.
Quando ho comprato l'ultima montatura, quella che tutti conoscono, riuscii, almeno per il giorno in cui la comprai, a sentirmi meno cesso. Mi trasformai da sfigato, in uno che prova a non esserlo.

Ricordo ancora un sms di una a cui ho riscaldato il letto per un anno: "sembri Elton John".

Quel messaggio non l'ho mai capito, ma io ero già fidanzato con un'altra e intuì di aver fatto un'ottima scelta con quei Rayban neri, dato il trasudante fastidio con cui venivo paragonato a qualcuno con cui non c'era nessun punto di contatto.

L'altra di cui sopra mi ha chiamato sabato.
Chissà, una telefonata del genere avrebbe potuto contribuire a rendere quel sabato dalle 10 ore di lavoro ancora più merdose.

Ma quando il tuo sguardo vede solo le stelle, le cose terrene hanno ben poco a che spartire con la costruzione della tua felicità.

Comunque sia, auguri a tutti gli ex del mondo. Chissà, forse non eravamo noi le persone giuste per voi.
Noi, nel frattempo, ci siamo dati un nuovo noi.

domenica, novembre 16, 2008

ridefinire gli standard (quando il titolo di un post affiora naturalmente)

Chissà cosa vorrà dire che il titolo di un post te lo dà il claim di una pubblicità, peraltro eccezionale.

In ogni caso non avrei saputo scegliere di meglio.
Perchè, se devo proprio dare una definizione sintetica a questi ultimi 7 giorni (chi mi conosce sa quanto le definizioni sintetiche non mi vengano bene, per quanto mi impegno solennemente a ridurre la lunghezza dei post e in generale dei miei scritti), direi:

ho ridefinito gli standard.

Certo, quante volte l'ho pensato in questi mesi? E quante volte l'ho detto? Tante.
E spesso a ragione.


Ma questa volta, buh, mi sembra più vero del solito.


Quando sei seduto in una sala riunioni e ti danno da lavorare per tutto il weekend, con la prospettiva di dover cancellare la parola weekend dal vocabolario, e comunque ti viene di mandare sms e di parlare di tutt'altro, in particolare del fatto che quella prospettiva non ti tange minimamente, perchè nella vita c'è ben altro,

quando l'idea di non avere più orari non ti spaventa più,

quando percepisci la responsabilità delle tue azioni in modo plastico, evidente,

quando vedi che quando fai una qualsiasi cosa, in qualsiasi ambito, esiste una qualsiasi reazione, ma che comunque niente di ciò che fai cade nel vuoto,

ma sopratutto, quando le cose, nonostante tutte queste premesse, ti sembrano più semplici, più belle, più facili, vuol dire che hai ridefinito i tuoi standard.

Hai alzato l'asticella, e sai che non l'abbasserai più.
E sai che domani sarà anche meglio.
E sai che le tue priorità sono chiare, definite, che c'è un nuovo ordine alle cose.

E sai, finalmente sai (perchè oltre a cambiare lo standard devi pure cambiare il tuo personale vocabolario) che ci sono momenti in cui bisogna scrivere molto grande la parola

Grazie.

Questi momenti sono sempre di più.
E nessuno di questi momenti sarà mai dato per scontato.

domenica, novembre 09, 2008

mr. antisocial



People-watching
is one of my
Favourite things to help pass the time
They're all making a deal out of nothing
Decisions to be made, it seems so easy

And they're reading into things without my say-so

And he's sniffing his way to the top
Because the impression he gave was good
And so he stopped, and he stopped to shake my hand
With a smile but I knew he was in denial

In tempi un po' sospetti ho inserito questo brano in una compilation di quelle che ultimamente hanno pungolato la mia vita privata, cd numero x, posizione numero y.

I tempi erano già un po' sospetti, perchè è inutile negarlo, ora men che meno: ciò che scrivo, ciò che dico e ciò che sono interessa.

Da lunedì è evidente per tutti. (molti mi hanno confidato privatamente le loro sensazioni; in ogni caso 16 commenti per un pompino sono un segno dei tempi)

Io però inizio a riflettere su un aspetto che poi secondo me vale per qualsiasi manifestazione pubblica di un racconto, di una narrazione. Dal mio blog a Maria De Filippi.

Ciò che interessa ai pubblici delle nostre vite non è tanto leggere e farsi i cazzi degli altri, anche perchè oggettivamente non tutti abbiamo dei racconti interessanti da offrire, nè abbiamo la capacità di saperlo raccontare.

Ciò di cui ha bisogno la gente non è tanto sapere i fatti altrui,
ma poterli commentare.


Noi che raccontiamo i cazzi nostri, in forma più o meno esplicita, più o meno sublimata, più o meno consapevole, a prescindere dal perchè lo facciamo, quando lo facciamo, a prescindere dall'argomento, dallo stato d'animo, rendiamo un servizio.

Permettiamo alle persone di riempire le loro giornate potendo commentare, potendo dare allo scrittore del genio o del disadattato, al protagonista del gossip del chiavico o della troia.
Non tutti scrivono, moltissimi leggono. E' il gioco delle parti: c'è chi costruisce il mondo e chi lo usa.

Ogni blog è una piccola comunità: l'ingoio (titolo furbo per dare un nome alla narrazione del post di domenica scorsa, perchè le cose, appunto, bisogna saperle raccontare) ha creato un gruppo di persone che non si conoscevano e forse non si conosceranno mai di persona. Però ognuno si è fatto un'idea sul commentatore della porta accanto a partire da ciò che è stato detto.

A un certo punto ho notato che probabilmente non c'era nemmeno bisogno di me e di ciò che dicevo.
La gente si rispondeva, anche a distanza di giorni - il potere del passaparola - senza che io dovessi schernirmi e/o fomentare.


Tutto ciò che è stato prodotto in seguito al mio post risponde più a un bisogno di socializzare le proprie emozioni da parte di chi leggeva (in fondo, io non sono così d'accordo sulla teoria secondo la quale chi scrive e in generale chi parla lo fa prima di tutto per ascoltarSI) che su una reale analisi di ciò che ho scritto.

Nessuno mi pare abbia parlato in modo esplicito del mio post. Tutti sono passati oltre:
- io mi diverto a leggere ciò che scrive Dino;
- io penso che Dino sia un trimone e un disadattato;
- io penso che al posto di Dino...

Lunedì pomeriggio arrivai in radio esaurito, quella sera stessa il mio morale era molto basso. Poi è bastato osservare per capire quale dovesse essere la chiave di lettura della situazione per tornare subito a uno stato che piu si confà a questo periodo. Straordinario.

Io scrivo perchè sto bene nel farlo, spesso ne ho proprio bisogno, come in una forma di catarsi. E scrivo qua e non su un posto totalmente privato perchè talvolta ci sono commenti illuminanti, che mi fanno pensare. Altre volte, nel mio piccolo, illumino altri.

Ma la vera magia di un blog è che c'è gente che sta molto meglio di me che scrivo perchè può leggere e commentare, degli scrittori più che dello scritto.


Mi è stato detto che gestisco la mia vita privata in modo un po' troppo pubblico.
Ho fatto tesoro di ciò che mi è stato detto.

Singolare è però un invito a un workshop sui social media in cui, per la prima volta, andrò via da Bari per rappresentare me stesso e Proforma in quanto persona autorevole sulla materia. Andrò a fare una relazione, non so di preciso su cosa.

C'è che hanno pensato a me.


Ora, mi auguro che non ci sia bisogno che vi stia a dire che sono mesi che sto piegato sui libri e osservo in modo analitico come la gente usa tutti questi strumenti, perchè lo fa, quando la comunicazione funziona e quando no.

E credo che sia inutile che vi stia a dire che tutto ciò che faccio (blog incluso) rientra, più o meno volontariamente, in una serie di leggi e concetti da rispettare per usare al meglio gli strumenti. Sarebbe stupido studiarli e poi sospendere ciò che imparato, proprio per le cose mie.

La spontaneità (così come la creatività, checchè se ne dica) va fermamente ancorata in categorie e schemi per potersi esprimere al meglio.

Che aggiungere sulla settimana?

- ho finalmente operato il baratto perfetto: una maglietta con su scritto "Mr.Antisocial" - che fa il paio con la mia, il titolo del post è ispirato da questo (ah sì?) - in cambio di pura Nduja calabra, e sono ancora un po' in credito;

- ho finalmente, e questo è un miracolo, superato la smania di dover fare mille cose. Ne sto facendo cadere un'infinità. Si stanno riducendo, anche perchè basta non mettersi in testa a tutti i treni per vederne molti non partire e deragliare.
Quanto tempo ho perso, quanto veleno ho fatto. Ma adesso ci siamo, decisamente.

E questo è frutto di un incrocio interminabile di fattori concomitanti, tra cui, appunto, la crescente esperienza nel valutare le persone e i loro comportamenti. Ecco, al netto di tutto, il blog serve anche a questo, a conoscere;

- avrei una marea di cose da dire sulla mia vita privata, e ho riscoperto anche un certo piacere nel farlo. E tutto sommato sono sicuro che molti vorranno sapere come va con Maruzza, com'è andata con lei a Londra e io qua.

Non succederà e non succederà perchè me lo avete chiesto voi in fondo.
Pur volendo il contrario.


domenica, novembre 02, 2008

l'amore ai tempi di plugoo (mi davano per superimpegnato, ma ho avuto il tempo per fidanzarmi)

Fidanzarsi di sti tempi è strano.
E difficile.

Prima di tutto sono cambiati i modi. E non tutti gradiscono queste evoluzioni.
Molti non capiscono, altri pensano che siamo alla deriva.

In ogni caso, fuor di parafrasi ed analisi, la mia relazione è figlia di questi tempi.

Ho conosciuto doppia emme qui, sul blog. Un tot di messaggi anonimi, troppo belli ed acuti per essere veri.
La particolarità sta nella modalità di approccio: se non avessi avuto Plugoo, quel simpatico strumento a forma di chat sulla parte destra del mio blog, probabilmente la "solita anonima" non avrebbe potuto manifestarsi, farmi capire chi fosse, presentarsi, e così via.

Moltissimi teorici della purezza delle relazioni interpersonali (gli stessi che probabilmente non sanno cosa voglia dire intraprendere un qualsiasi tipo di relazione online, dal provarci al costruire team interdisciplinari) si saranno fatti l'idea di un rapporto nato in modo bizzarro e probabilmente innaturale, che quindi non vale come gli altri, messo in piedi da topi di Internet, vagamente disadattati.

Ecco, fidanzarsi di sti tempi è difficile e strano per questo. Perchè tutti criticano Facebook, ma tutti lo usano. Perchè tutti guardano storto chi parla dei cazzi propri, ma tutti leggono quelle storie.
Facebook è la formalizzazione del gossip, (oltre ad essere altre 100000 cose che non interessano a nessuno, specie a chi lo contesta e poi lo usa per tagliare), che ci piaccia o no.

In fondo io non ci vedo niente di strano: perchè dovrei vedere Centovetrine quando andando su questo mirabolante sitarello assisto a una straordinaria messe di colpi di scena, di amici che si scrivono, si fidanzano, si lasciano, complottano, commentano, si svestono (più o meno metaforicamente)?

Ognuno di noi, che ci piaccia o no, scrive la propria fiction, il proprio documentario, la propria miniserie. Gridare e dire "no, non è vero" per coprire questa verità sempre più evidente non mi sembra un grande strategia. Così come criticare chi ha deciso di cavalcare questa storia.

Si deve solo decidere di essere consci di questo, e decidere come rispondere. Come difendersi.

Dopo pochi giorni dall'inizio di questa frequentazione, e dopo sms clinicamente inviati alle persone che dovevano sapere prima di tutti gli altri, perchè ci sembrava giusto farlo, è iniziata la tiritera:

"chi è la ragazza che ti ha rubato il cuore?"
"da quando ti sei fidanzato..."

Quella che ci è piaciuta di più, però, è stata:

"sono due stronzi, non potevano che stare insieme"

Bene, io non so chi conosce entrambi, e tra questi, non so chi conosca entrambi così bene.
Sono retorico, ovviamente non c'è nessuno che conosce entrambi così bene da potersi lanciare in siffatte disamine.

A questo punto, entrambi ci siamo chiesti che senso aveva non impossessarci del gossip da noi generato e così abbiamo deciso, volontariamente, di fomentarlo.

Lo abbiamo fatto per due motivi: il primo è che è meglio regalare al pubblico una storia che permettere che gli altri comincino a sparare cazzate in giro.

Meglio far convincere tutti di poter maneggiare le componenti di questa vicenda. Così (si spera) parleranno di ciò che vedono e non inventeranno.

Secondo: già che ci siamo, già che c'è una storia da raccontare, perchè non essere pubblicamente grati nei confronti dell'altra persona?

In fondo, a chi non piacciono le serenate?

E così è un viavai di post sui blog (dove, devo ammetterlo, impallidisco rispetto alla sua creatività), di aggiornamenti di stato su Facebook, di cose scritte tra le righe, poi esplicitamente, poi ancora tra le righe, poi di nuovo esplicitamente.

Chi legge ha ciò che vuole, la fiction molto, molto vicina alla realtà.
E noi abbiamo la nostra vita privata.
Chi legge pensa di sapere tutto. E non sa niente.

Potrò, potremo scrivere architecture is politics consapevoli che tutti sapranno che ce lo stiamo dedicando, consapevoli che nessuno sa cosa voglia dire.
Potrò, potremo dire che sono andato al cinema, e nessuno saprà cosa è successo prima, dopo, durante.
Potrò, potremo, ascoltare la traccia 14 della seconda compilation o la 3 della prima e nessuno saprà qual è.
Solo così, solo accettando la formalizzazione del gossip, si potrà vivere serenamente su queste gigantesche piazze virtuali. Accettandone le regole, reinterpetandole.

Un'altra cosa di cui si deve essere consapevoli, e rapidamente, è che bisognerà a brevissimo ridurre la dose di gioia condivisa.

Stare bene non piace alla gente. E io sto troppo bene.
Era più comodo e conveniente pensarmi come un disadattato che lavora troppo, alienato e incapace di trovare il tempo per la vita privata.

Ricordo la faccia di una mia collega del master quando mi ha visto in compagnia. Farfugliò una cosa del tipo "non pensavo che..." e questo mi basta a supportare la mia tesi.

Va aggiunto che è sempre più piacevole frequentare persone a cui non va tutto bene, anzi.

Altrimenti, perchè ci appassionamo a storie (penso alla cronaca nera, in particolare) truci, sanguinolente, torbide, e lasciamo il lieto fine ai finali dei film e alle persone che hanno bisogno di storie positive perchè è il loro bilancio personale ad essere così tanto in rosso da aver bisogno di intravedere la speranza negli altri?

Di conseguenza, vi promettiamo che saremo meno felici.
Almeno nella storia che tutti voi potete leggere.


p.s.
non posso non riconoscere il "merito" di questa disamina ad un messaggio privato delirante che mi è giunto la scorsa notte. 3 amici hanno deciso di utilizzare la loro notte di Halloween per scrivermi alle tre (alle due, ora locale) e per farmi sapere che parlano di me, della mia relazione, e per cercare di fare i simpatici.


Non entro nel merito solo per non sputtanarvi (anche se, come avete scritto voi, mi piace condividere tutto. Fosse vero, ora avreste più di un problema), dando per buona l'ipotesi che stavate scherzando e che abbiate completamente sfrasciato.

Dopo questo episodio, faccio molta fatica a definirvi amici, oltre a chiedermi cosa io abbia fatto per ispirarvi una roba del genere. E a chiedervi come la prendereste se usassi quei termini, riferiti alle vostre donne, alle vostre cose, ai vostri affetti.

domenica, ottobre 26, 2008

il viaggio

Sì, sono consapevole che ho dato ai miei ultimi due bilanci di settimana un titolo così generico da sembrare che sia stato posseduto da qualche santone o da Coelho.

Questa settimana dovevo essere in viaggio, dovevo andare a Milano per lavoro, dovevo beccare un bel po' di gente, dovevo andare al concerto di Tricky.
Non se n'è fatto più niente, non ho ben capito perchè.

Per un viaggio che è saltato, ce ne sono tanti altri che sto vivendo. Contemporaneamente.

Certo, sono viaggi metaforici. Sono sempre qua, e anzi, non sto partendo in vacanza, mi autosospendo le ferie e temo che fino a giugno non riuscirò ad andare oltre il weekend lungo per staccare (spero di sbagliarmi, ma la vedo difficile).

La seconda settimana di radio è andata alla grande, continuiamo ad attrarre gente ed idee, il programma migliora, la mia intesa con Sonia cresce a vista d'occhio.
Fa niente che giovedì sera mi son ritrovato completamente scoppiato, è stato gratificante. E mi auguro che l'organizzazione diventi perfettamente oliata.


Continuo a studiare e a pensare alla campagna elettorale.
La metafora del viaggio va benissimo anche per contesti come questi, molto poco affascinanti e molto poco narrativi. Sino ad ora.
Il primo gruppetto, il cuore del progetto in cui ho la fortuna di giocare un ruolo decisivo, si sta formando, siamo quasi pronti, quasi del tutto operativi.

Ma questa settimana, ancora di più, mi sento come uno che ha smesso di fumare e sta ricominciando a sentire i sapori e i profumi (è una metafora che non mi appartiene, ma mi hanno detto che funziona perfettamente).

Mi sta tornando la voglia di fare tutta una serie di cose che avevo dimenticato che mi piacessero.

Viaggiare (per piacere), innanzitutto.

Singolare aver ritrovato i sapori e i profumi in un weekend di relax assoluto, di sonno (finalmente), di lavoro moderato e gustoso. Sì, gustoso.
Quando ti piace ciò che fai, hai anche il privilegio di godere del lavoro.

Bilbao, Copenhagen, New York, Toyko, Auckland.

In ordine di fattibilità.

Londra come città pivot, come posto sempre buono, in qualsiasi momento. Come mia seconda casa (fatta eccezione per casa Bramato, seconda casa sul serio, ancora di più dopo questa settimana e dopo la promessa di un cannone un po' particolare)

Mi sta tornando la voglia di prendere e partire in qualsiasi momento, andar via per un concerto e tornare in piena notte.
Mi sta tornando la voglia di partire venerdì sera e tornare un po' quando mi pare.
O anche di partire domenica mattina e tornare di sera.

Partire,
viaggiare,
vivere.
Al di là della seppur straordinaria routine.

E anche, per certi momenti, dichiararsi assente rispetto a quella routine.
E dedicarsi, finalmente, ad altro.

Dove il termine altro è volutamente generico, ma non ha a che fare con le cose, ma con le persone. Chiaramente definite.

p.s.
Sono consapevole del fatto che è un periodo assolutamente strepitoso.
Ho tutto, lo so. A breve avrò anche la casa.
Non so se me lo merito.

In ogni caso non mi odiate, non mi invidiate. Non aspettate il momento in cui, fatalmente, qualcosa mi andrà male "perchè non è possibile, sta ovunque, fa troppe cose, e che cazzo".

Vi prego.
Ne soffro. Sto ancora molto male quando sento che le persone mi usano, mi parlano solo per arrivare ad altro, o che mi parlano con rabbia. Quando inventano le cose solo per farmi soffrire.
Anche se me ne rendo conto sempre più spesso, anche se sto mettendo su gli anticorpi, io continuo a starci male.

Piuttosto, chiamatemi e vediamo di lavorare insieme, tutti insieme.
Di essere felici tutti.
Non rispondo indiscriminatamente, sono ancora piuttosto rigido e severo.
Non cambierò.
Ma se siete mossi da buoni propositi e volete davvero bene ai progetti, alle cose, alle persone con cui lavorate, fatelo.
Mi ucciderò per voi, o almeno ci proverò.

domenica, ottobre 19, 2008

la nascita

Avevo immaginato di scrivere un altro post per esprimere il concetto che sto per utilizzare per spiegare la mia settimana.

Chissà, un giorno quel discorso che adesso ho messo in ghiacciaia tornerà, farò un piccolo outing, e facendolo costringerò tutti i miei lettori a chiedersi se in fondo va così come io teorizzo.

Ma la ghiacciaia è la ghiacciaia, e sopratutto le urgenze sono urgenze.

Ieri sera sono tornato alle Mura.
Non tutti sanno che è il mio posto preferito a Bari.
Ed è così tanto preferito che ci sono andato sì e no 3 volte. Perchè non mi andava di sciuparlo.
Ora, archiviata l'idiozia del pensiero (ci andrò sempre più spesso, anche perchè ci sono molte condizioni che mi porteranno là, tra cui la speciale e insolita tendenza a condividere le mie cose più private).

Sono stato folgorato, al quarto sorso di Cisx XS, da un discorso.

"tutti quelli che mi dicono che sono cinica e stronza non immaginerebbero mai che il mio primo ricordo è la nascita di mia sorella"

E' un estratto di un dialogo tra primogeniti a cui vengono (troppo? poco?) spesso accostati gli appellativi cinico e stronzo.

Ed è un virgolettato che si può declinare al femminile, così da citazione, e al maschile, al mio maschile, perchè lo condivido al 100%.
Come molte delle cose che sto ascoltando in questi giorni.

Avevo 7 anni pieni quando mia madre, nella camera da letto della vecchia casa di Bari, mi chiese "ma tu la vorresti una sorellina?"

Oramai il danno era già fatto, la domanda era retorica. Pensavo che sarei stato viziato per regolamento, mi toccava di non essere più la star.
La presi male, mi misi a piangere.


Poi ho 9 mesi di vuoto, e mi ritrovo direttamente alla notte in cui Francesca nacque. Ero a Modugno dai miei nonni, dove sono nato io ed è nata mia sorella, dato che mia madre lavorava nel non più esistente nosocomio della ridente locaità del sud barese.
Non dormii un cazzo quella notte, ero emozionato come un bambino (ero un bambino, a dirla tutta, avevo 8 anni e 3 mesi quel 9 di giugno). La mattina scesi presto dal piano in cucina e trovai mia nonna che mi stava preparando la colazione, mi vide e si aprii in un sorriso.
E quella reazione di 9 mesi prima andò così, via, volò.

E così, durante quel discorso con la primogenita cinica e stronza, io mi sono riconosciuto. Ho pensato a un episodio del mio passato per spiegare il futuro, così come faccio sempre.

Questa settimana il tema è quello della nascita, e non ho trovato migliori parole di quelle espresse da due primogeniti cinici e stronzi che si sono emozionati con una nascita di quelle che ti cambiano la vita.
E che si stanno emozionando di nuovo.

domenica, settembre 28, 2008

ma tu di preciso cosa fai?

E' la domanda più ricorrente di questo periodo.
Per molti non faccio niente, perdo tempo.
"Stare su Facebook non è lavoro"

Io non so se me lo dicono perchè lo pensano o perchè vorrebbero stare al posto mio, fatto sta che oramai questa sul cosa faccio di preciso sta aggiungendosi ai vari clichè, al "tu che sei psicologo", al "tu che sei superimpegnato", al superbo e all'arrogante.

Secondo un rassicurante schema organizzativo (chi sta negli organigrammi lavora, no?), mi fregio dell'ampolloso titolo (cit.) dei responsabile social media di Proforma.

Tradotto in italiano, studio gli strumenti che il 98% delle persone usa per mettere le foto con la tetta in vista, per fare i quiz su che personaggio dei cartoni animati è, per fare carte con le femmine, per condividere la musica e i contenuti.
Studio proprio queste dinamiche cazzeggione.

Secondo un libro di James Surowiecki, The Wisdom of Crowds (http://www.fusiorari.it/surowiecki.htm), questi giganteschi ammassi di persone che si limitano a vivere, a condividere, a cazzeggiare, a scegliere, producono conoscenza di qualità nettamente superiore rispetto al migliore degli analisti su una specifica attività.

A quelli che "ma Facebook a cosa serve?" "I blog a cosa servono?"; quasi quasi "Internet a cosa serve?", e a tutti quelli che invece utilizzano già un po' di più questi strumenti: comprate quel libro.

Non mi limito a studiare gli strumenti, li utilizzo pure. O consiglio l'utilizzo (o anche di disertare).
Gradualmente, non per decreto. Le persone, le aziende, i contesti che utilizzano questi strumenti per fini non cazzeggioni devono sentire queste cose, devono correre i rischi connessi, non lo devono far per moda, "perchè tutti hanno un blog", altrimenti è un disastro.


Sì, non faccio niente dalla mattina alla sera.
A parte studiare da che lato sta andando il mondo.
Per poi ritrovarmi il sabato notte, birra in mano, a discutere seriamente di campagne elettorali, prediction markets e ad altri inutili orpelli della nostra società civile.

Ma voi di preciso cosa fate?

Per quale cazzo di motivo arrivo al weekend e vedo attorno a me una tremenda desolazione? Una desolazione (approfitto per ringraziare i miei compagni di serata di ieri, è sempre un piacere, davvero) che non vedo durante la settimana perchè vado così forte che non riesco a fermarmi a guardare il panorama vicino a me (mentre magari guardo a cose ben più distanti, forse è un errore, chissà).

Perchè sono io quello super-impegnato, che non si fa sentire mai, che non è di priscio, etc etc. e poi nel weekend, quando ci sarebbe il tempo e il modo per costruire le cose, le situazioni che richiedete, mi dovete far passare sempre di più il senso di colpa per il fatto che mi rendo sempre più indisponibile dal lunedì al giovedì? Perchè, tanto, mi richiedete ma poi non ci siete.

Perchè mi dovete far pensare che dormire sia la migliore occupazione possibile nel fine settimana?
Forse perchè è vero.