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martedì, settembre 02, 2008

sbarcare il lunario


"Anche io mi sono prostituita. Era un periodo difficile e per fortuna è durato poco".


Vladimir Luxuria, transgender e (ex, aggiungo io) deputato del Prc nella scorsa legislatura, rievoca il suo passato. E sulla rivista Tu accende un faro sulla vita difficile di chi è transessuale: "Capisco chi lo fa: provate ad andare a chiedere un posto da commessa o a fare un concorso alle Poste dicendo che siete un trans...".

Luxuria, che tra poco partirà per partecipare al reality show "L'Isola dei Famosi", descrive anche i retroscena della sua esperienza come parlamentare: "Sono stata corteggiata da famosi della politica e della tivù. Ma non volevano amore, cercavano solo 'una botta e via'". L'ex onorevole si sofferma poi sulla presenza di omosessuali tra i banchi delle Camere: "Ci sono tanti omosessuali, è la verità e soprattutto a destra tendono a non dirlo". Una condizione, quella dell'omosessualità nascosta, che non trova d'accordo Luxuria: "Credo che l'outing (inteso come rivelazione diffamatoria da parte di altri) sia orrendo, ma chi ha una posizione di rilievo dovrebbe dichiararsi, sarebbe più etico".

Sui motivi della partecipazione al reality, l'ex deputato smentisce le voci su una sua "contrattazione" per l'ingaggio: "Mi hanno fatto arrabbiare quelli che hanno detto che all'inizio avevo rifiutato per alzare il prezzo- Se dovessi vincere, l'ho messo a contratto, metà del premio andrà a bambini disagiati".

L'impegno politico non viene tuttavia dimenticato: "Con questo reality show avrò modo di parlare dei trans e di come vivono".

repubblica.it

lunedì, settembre 01, 2008

McCain è un genio o un disperato?

Vi ricordate come sono state vinte le ultime due elezioni presidenziali? Per pochi voti (contestati) in stati ai quali non europei non facciamo caso. Lasciamo perdere Gore e la Florida (anche se è difficile) e pensiamo all’Ohio nel 2004. E’ stato cruciale per voti elettorali, John Kerry lì ha perso per 60 mila voti (secondo i repubblicani contestabili).

Ora: l’esito delle elezioni dipende dal risultato di tre grandi stati malmessi e incerti, Ohio, Michigan e Pennsylvania. Detti stati sono abitati da molti esponenti della destra religiosa e da molti cacciatori e proprietari di armi. Sarah Palin (a proposito, si pronuncia pei-lin, in caso vogliate darvi un tono) è una protestante anti-aborto coerente davvero; ed è una cacciatrice, e usa armi che Barack Obama dovrebbe vietare. La base repubblicana, raccontano da quegli stati e da altrove, è eccitatissima. Lì Palin, anzi Pei-lin, potrebbe portare quei voti cruciali per vincere i “battleground states” portare John McCain alla Casa Bianca.

I media americani, tendenzialmente liberal, e gli americani liberal finora l’hanno presa in giro. Ora, alla vigilia della convention repubblicana, ci si sta cominciando a rendere conto che, impreparata quando si vuole, Palin, potrebbe fare la differenza. Avevamo pensato subito alle donne, ci eravamo scordati quelli coi pistoloni. Sono tanti, nella middle America (il nostro albergo è tappezzato di cartello “vietato entrare armati”, per dire). C’è qualcuno, nella liberal America costiera, che comincia a pensare a Obama come all’ennesimo agnello sacrificale elettorale; dopo Adlai Stevenson, Walter Mondale, Michael Dukakis, Al Gore, John Kerry.

Intanto, per i repubblicani, arriva un’altra buona notizia: il presidente Bush non verrà alla convention causa uragano. Ma anche una cattiva: c’è l’uragano, potrebbe essere un ulteriore disastro per la mancanza di organizzazione e assistenza, come come con Katrina. Come al solito, in questa elezione non si capisce niente (questa è la verità, anche gli illustri commentatori, privatamente, lo dicono).

(blog.corriere.it/rodota - amo questa giornalista, e di sti tempi è un miracolo)

venerdì, agosto 29, 2008

Colaninno, salvaci dal male

Roberto Colaninno, leader della cordata che sta cercando di prendere Alitalia per i capelli, in un estratto da "la Repubblica" di oggi.

p.s. Colaninno è un imprenditore di sinistra
p.p.s. so che a molti sembrerà un ossimoro, a me no.


Dunque, Colaninno, che ci fa lei sull'aereo Alitalia? Un'operazione di potere?
"Mi dica lei: davanti a una sfida imprenditoriale coi controfiocchi, dovevo starmene a casa solo perché l'ha proposta Berlusconi e io non la penso come lui? E poi? La sera andiamo tutti insieme al bar, sospiriamo, lanciamo qualche maledizione per la sorte del Paese, e ce ne torniamo a casa, senza fare niente? Mani pulite, ma immobili, anzi inutili. E io dovrei fare l'imprenditore in questo modo, in pratica autosospendendomi? Grazie, ma questo ragionamento non mi convince, e non ci sto".

E qual è invece il ragionamento che l'ha convinta a muoversi?
"Provo a dirlo in modo semplice: la responsabilità. Se fai l'imprenditore, una sfida come questa ti chiama, come un dovere. La proposta è di Berlusconi? Ma lui è il capo del governo, e al governo l'hanno mandato gli italiani. Delle due l'una: o vado via da questo Paese, o ci rimango e provo a fare la mia parte, quel che so fare e che mi piace anche. Naturalmente la responsabilità non si ferma qui, ma mi impone di fare le cose secondo la mia etica e i miei ideali. Ha capito? Miei, non di altri. Vorrei essere giudicato su questo, anche negli errori che farò. Non lo so, magari mi sbaglio, ma sono convinto che se tutti ragionassimo così il Paese si tirerebbe fuori dai pasticci".

(repubblica.it)

domenica, luglio 27, 2008

la casa delle libertà (2) - milano double standard

Ma perché la cifra stilistica della sinistra italiana deve essere per forza il doppio standard, la doppia morale? Prendiamo l'ultimo caso in ordine di tempo. Il governo utilizza una norma vigente per dichiarare lo stato d'emergenza di fronte all'afflusso dei clandestini. Dalla sinistra partono bordate: razzismo, xenofobia, autoritarismo, intollerabile clima emergenziale. Quella norma però è stata in passato utilizzata anche dal governo Prodi.

Come mai all'epoca nessuno fiatò? Come mai nessuno di quelli che oggi strillano accusò quel governo di razzismo e xenofobia? Perché i «sacri principi», quali che essi siano, devono sempre essere piegati alle esigenze politiche del momento? Non è forse un modo per dimostrare che in quei principii, utili solo come armi da brandire contro l'avversario, in realtà, non si crede affatto? La spiegazione più ovvia, più a portata di mano, quella che rinvia l'esistenza della doppia morale, del doppio standard, alle persistenti scorie lasciate in eredità al Paese dalla vecchia tradizione comunista, è insoddisfacente: spiega troppo o troppo poco. Certo, è vero, nella tradizione comunista il doppio standard era la regola. Per i comunisti esisteva un fine superiore, una nobile causa al cui raggiungimento tutto doveva essere subordinato e piegato. Il ricorso continuo alla menzogna, ad esempio, era giustificato dal fine superiore. Così come il doppio standard.

Si pensi alla sorte di certi leader democristiani: Fanfani, Andreotti, Cossiga. Su di essi il Pci riversò a più riprese ogni genere di accuse, spesso anche quella infamante di essere registi di trame paragolpiste. Però, se il vento cambiava , quei registi occulti delle peggiori trame si trasformavano in amici e «compagni di strada»: il giudizio politico-morale su di loro dipendeva dall'utile politico del momento. E la capacità di intimidazione culturale del Pci e delle forze che lo fiancheggiavano era tale da non rendere necessario rispondere a una domanda che, del resto, solo pochi osavano porre: ma come è possibile che oggi strizziate l'occhio a un tale che fino a pochi mesi fa accusavate dei più infami misfatti?

Qualcosa del genere, d'altra parte, accade ancora. Si pensi al caso di Umberto Bossi del quale non si è ancora capito se si tratta di un leader xenofobo e parafascista, praticamente un delinquente, una minaccia per la democrazia, oppure di una costola della sinistra, uno con cui, magari, si può essere disposti a fare un po' di strada «federalista» insieme. O meglio, abbiamo capito benissimo: Bossi continuerà ad essere, alternativamente, l'una o l'altra cosa a seconda di come evolveranno nei prossimi anni i suoi rapporti con Berlusconi. Dicevo che non ce la possiamo cavare tirando in ballo solo la tradizione comunista. Sarebbe sbagliato e anche ingiusto verso molti ex comunisti.

La sinistra attuale è un amalgama informe che mescola brandelli della vecchia tradizione comunista con tic e cliché culturali di derivazione azionista e del cattolicesimo di sinistra. Queste ultime due componenti sono, forse, ancor più responsabili della prima nell'alimentare oggi quel mito della superiorità antropologico-morale della sinistra che continua a giustificare il ricorso al doppio standard e alla doppia morale. Tutto ciò è bene esemplificato dagli atteggiamenti dominanti a sinistra sulle questioni di giustizia. Il «pieno rispetto» per la magistratura e la regola secondo cui «ci si deve difendere nei processi e non dai processi» sono nobili principi che vengono sempre invocati quando nei guai ci sono gli avversari di destra. Ma se in graticola finiscono esponenti della sinistra (a patto, naturalmente, che non siano «ex socialisti») la musica improvvisamente cambia. Diventa legittimo attaccare i magistrati e persino difendersi «dai processi».


Personalmente, ho forti perplessità sui comportamenti tenuti, nell'esercizio delle loro funzioni, da magistrati come la Forleo e, soprattutto, De Magistris, ma non sono affatto sicuro che ad essi si possano attribuire più scorrettezze di quelle imputabili a certi magistrati che in passato si occuparono di Berlusconi e di altri nemici della sinistra. Si guardi a come opera il doppio standard nelle valutazioni di processi e procedimenti giudiziari a seconda che vi siano coinvolti amici o nemici. Se, poniamo, viene scagionato un imprenditore «amico» si plaude all'impeccabile comportamento dei magistrati e non ci si impegna certo in «analisi» minuziose con lo scopo di fare le bucce ai risultati delle inchieste. Altrimenti, come ha giustamente osservato Pierluigi Battista sul Corriere due giorni fa, lo spartito cambia, il doppio standard impera. Questi signori, sempre impegnati a stilare pagelle e ad assegnare brutti voti a quelli che definiscono «sedicenti» liberali, non hanno mai capito che indice di liberalismo è usare un solo criterio, un solo metro di giudizio, sempre lo stesso, per gli amici e per gli avversari, e che fare un uso così platealmente strumentale dei principi significa non avere alcun principio. Quando qualcuno di loro finalmente lo capirà, avremo, e sarà un bene per il Paese, qualche esponente in meno della genia dei «moralmente superiori» e qualche liberale in più.

Angelo Panebianco, Corriere.it

la casa delle libertà (1) - la fine della sinistra


Nichi Vendola e la mozione 2 sono in minoranza dentro Rifondazione comunista. Sono arrivati qui cinque giorni fa con la maggioranza relativa (47,7%) ma non quella assoluta e la speranza di ricompattare i 650 delegati nel progetto di una nuova sinistra di lotta dal basso ma anche di governo. Non ce l'hanno fatta. Riunioni notturne che sono andate avanti fino alle cinque di questa mattina hanno invece compattato due mozioni satelliti (3-4) con Ferrero (1) contro quella di Vendola e dei bertinottiani. E il documento di Ferrero è stato approvato dal congresso con il 53% dei voti (342 su 646 votanti contro i 304, pari al 47%, andati a quello di Vendola). La parola finale tocca al Comitato politico che nel pomeriggio indicherà con voto segreto il nome del segretario. Verso l'astensione il documento numero 5 con il suo 1,5%. Rc senza segretario? "Nichi Vendola si è ritirato, non ha la maggioranza": sono le undici e mezzo quando Paolo Ferrero leader della mozione 1 dà ai suoi questa informazione. Allora è lei l'unico candidato? "No, in questo momento Rifondazione non ha un candidato segretario. Deciderà poi il Cpn", il comitato politico, il parlamentino di Rc. Una dimostrazione di "purezza" da parte dell'ex ministro della Solidarietà sociale la cui candidatura in questi giorni è stata sempre lì lì per essere ufficializzata. Ma Ferrero tiene molto a un punto: prima la linea politica, "chiara, netta, senza ambiguità", poi il segretario che "deve essere indicato dal basso, dal congresso e dall'assemblea". Candidarsi sarebbe stata una formale ma clamorosa contraddizione. Vendola: "Questa è la fine del partito". In verità il governatore della Puglia resta candidato fino alla riunione del Cpn. Solo in quella sede, con i numeri nero su bianco, prenderà atto del fatto che la nuova maggioranza del partito deve indicare il nuovo segretario (Ferrero?). A quel punto farà un passo indietro. Prima della votazione dei due documenti - votazione palese, quasi una fiducia, con la chiama surreale di "compagni" e "compagne" che sfilano davanti al microfono a dire "1" oppure "2" perchè non si fidano più l'uno dell'altro - Vendola chiede la parola. "Sono sconfitto ma sereno. Considero questo congresso il compimento della sconfitta politica di aprile, la ratifica di un arretramento culturale perchè ho sentito cose di una volgarità straordinaria, ben oltre la decenza e la fine del partito della Rifondazione comunista" dice il governatore. Ma poi, per mettere a tacere voci di una scissione, "noi, con il nostro 47,3 per cento, non ce ne andiamo, stiamo qua a costruire la nostra battaglia". Quella che vince, vuol precisare, è "una maggioranza ricreata con alchimie". E a proposito dei voti dei congressi locali annullati "a sud dai compagni del nord": "Venite, compagni del nord, a vedere come è organizzato questo partito al sud, venite a vedere cosa significa fare partito sfidando la mafia tutti i giorni facendo nomi e cognomi". L'ultimo tentativo di Bertinotti. Va in scena, sempre di notte, un altro tentativo disperato. Questa volta è Bertinotti che parla a lungo, fitto fitto, con Claudio Grassi che ancora ieri dal palco aveva chiesto, quasi pregato: "Nichi, Paolo, parlatevi perché se Rifondazione di divide in due, Rifondazione muore". Ma Grassi, con la morte nel cuore, non tradirà la sua mozione. E non farà inciuci. Comunque vada, se anche ci fosse quel "miracolo" che per un pugno di voti o di astensioni lascia Rifondazione ai "miglioristi" bertinottiani anziché ai "duri e puri, opposizione sempre, governo mai" di Ferrero, il partito è spaccato. E da oggi comincia una fase nuova per tutta la sinistra.

repubblica.it

mercoledì, luglio 09, 2008

dispari opportunità


La Guzzanti torna ad attaccare Mara Carfagna verso la fine del suo intervento dal palco di piazza Navona.

"Io non sono una moralista - dice - come ci accusano gli opinionisti che non hanno nemmeno un vocabolario, perché la parola 'moralista' ha un significato e per usarla sui giornali lo devi conoscere. Moralista è Casini, divorziato tre volte, moralista è Mele (il deputato dell'Udc coinvolto in uno scandalo di squillo e cocaina, ndr). A me non me ne frega niente della vita sessuale di Berlusconi - grida l'attrice, fra le ovazioni del pubblico - ma tu non puoi mettere alle Pari opportunità una che sta là perché t'ha succhiato l'uccello. Non la puoi mettere da nessuna parte ma in particolare alle Pari opportunità, perché è uno sfregio. Vattene!"

repubblica.it

lunedì, luglio 07, 2008

il burattinaio


La Casa Bianca dà una versione molto particolare della vita di Silvio Berlusconi. Lo staff del presidente George Bush pubblica, e non è la prima volta, una biografia del premier italiano dal tono spigliato che non lascia molto all'immaginazione. "Da ragazzo guadagnava i soldi organizzando spettacoli di marionette per cui faceva pagare il biglietto di ingresso", si legge nel press kit distribuito ai giornalisti presenti al G8 in Giappone. Un testo, notifica lo staff a stelle e strisce, prelevato direttamente dalla Encyclopedia of World Biography che risulta aggiornata al mese scorso.

Nel ripercorrere alcuni dei periodi più significativi della vita del Cavaliere, l'opuscolo lo descrive come "uno dei più controversi leader della storia di un Paese conosciuto per corruzione governativa e vizio. Un uomo odiato da molti ma rispettato da tutti almeno per la sua 'bella figura' (in italiano nel testo) e la pura forza della sua volontà".

Non mancano i cenni al suo passato da imprenditore e alla nota "discesa in campo" del 1994. "Principalmente un uomo d'affari con massicce proprietà e grande influenza nei media internazionali - prosegue il profilo - Berlusconi era considerato da molti un dilettante in politica che ha conquistato la sua importante carica; solo grazie alla sua notevole influenza sui media nazionali finch non ha perso il posto nel 2006".

Il testo sottolinea poi come il presidente del Consiglio italiano abbia sempre avuto e saputo sfruttare a suo vantaggio intuito e determinazione: "Berlusconi - si legge - ha trasformato il suo senso degli affari e la sua influenza in un impero personale che ha prodotto il governo italiano di più lunga durata assoluta e la sua posizione di persona più ricca del paese".

Tutti i grandi della Terra hanno un passato più o meno conosciuto. Il premier italiano - afferma la biografia - nella sua vita si è messo a vendere aspirapolveri, a lavorare come cantante sulle navi da crociera, a fare ritratti fotografici e mentre studiava legge a Milano svolgeva i compiti degli altri studenti in cambio di soldi". Un passato ormai noto a livello internazionale.

repubblica.it

domenica, luglio 06, 2008

tutti giù per terra

Tre mesi dopo le elezioni il Paese è tornato alla normalità triste degli ultimi anni. Sprofondato nella sfiducia. Berlusconi non ha fatto miracoli, neanche stavolta. D'altronde, a differenza del passato, in campagna elettorale non li aveva promessi. Né, probabilmente, gli elettori gli avrebbero creduto.

Gli italiani non hanno votato per lui, il Pdl e la Lega sulla "fiducia". Ma per "sfiducia" nei suoi avversari. Nell'Unione che aveva governato, faticosamente, per neppure due anni.

Tre mesi dopo il voto la nebbia è ripiombata e ha avvolto tutto e tutti.
Veltroni e il Pd, che nelle stime elettorali scivola indietro. Ma anche Berlusconi e il governo. Verso il quale esprime fiducia il 44% degli elettori. Quindici punti in meno (ripetiamo: 15) rispetto al gradimento ottenuto dal deprecato governo Prodi esattamente due anni fa. Tre mesi dopo il voto, come oggi. Certo, nel luglio 2006 Prodi aveva "monetizzato" alcuni importanti successi, politici e non: a) il referendum che aveva bocciato le riforme istituzionali volute dalla precedente maggioranza di centrodestra; b) la soddisfazione suscitata dal decreto Bersani sulle liberalizzazioni; c) infine, la vittoria della nazionale italiana ai mondiali di calcio in Germania. Un patrimonio di fiducia che il governo Prodi avrebbe dissipato in fretta, a partire dalla legge sull'indulto, poche settimane dopo. Tuttavia, due anni fa, l'Unione aveva vinto le elezioni quasi per caso, mentre il centrodestra di Berlusconi, tre mesi fa, ha conseguito un trionfo. Ciò nonostante, nel Paese è tornata la sfiducia di sempre.

Quattro le ragioni, suggerite dal sondaggio.
1. In primo luogo, l'insoddisfazione verso le prospettive dell'economia nazionale e familiare: mai così elevata, mai così diffusa negli ultimi tre anni.

2. Poi, l'insicurezza, sottolineata dal sostegno popolare ai provvedimenti del governo sull'immigrazione clandestina e sull'impiego dell'esercito. A nostro avviso (lo abbiamo già scritto) inefficaci, prima ancora che inaccettabili. Ma, comunque, graditi ai più, perché intercettano le paure diffuse nella società. Tuttavia - come dimostrano i dati del sondaggio - rispondere alle paure alimentandole ulteriormente, non genera consenso. Ma il contrario.

3. La contrarietà espressa da gran parte dei cittadini verso i progetti annunciati e, in parte, avviati dal governo: per limitare le intercettazioni telefoniche nelle indagini, per bloccare i procedimenti giudiziari (cosiddetti) minori, per re-introdurre l'immunità a favore delle alte cariche dello Stato. Queste iniziative hanno suscitato un ampio dissenso, principalmente per quattro ragioni: a) perché molti le hanno considerate "ad personam"; finalizzate, cioè, a risolvere i problemi "personali" del premier prima di quelli "generali" dei cittadini; b) la sospensione dei processi, in particolare, è apparsa, per taluni versi, una sorta di mini-indulto; e, per questo, in contrasto con l'insicurezza diffusa; c) perché evocano l'idea, il sospetto di privilegi di "casta", utili, soprattutto, al ceto politico.

4. In definitiva, queste iniziative hanno alimentato il sentimento antipolitico: fattore decisivo nel deprimere il consenso verso le istituzioni e la classe politica, in generale; e, in particolare, verso il governo di centrodestra e il premier. Perché, a differenza di pochi mesi fa, oggi "governano". Appunto.

Questo clima politico si traduce fedelmente nelle intenzioni di voto. Ne escono, infatti, rafforzati i partiti che più di tutti gli altri interpretano e amplificano il sentimento antipolitico. La Lega, da un lato, ormai vicina al 9%. La Lista Di Pietro (Idv), dall'altro, proiettata oltre il 7%. Parallelamente, tutti i leader politici subiscono un calo di fiducia, In particolare Walter Veltroni. Il quale ha perduto oltre venti punti nel gradimento degli elettori, rispetto a due mesi fa. Quando era "il più amato di tutti". Apprezzato, in modo trasversale. Ora, invece, dopo la fine del dialogo, il suo gradimento fra gli elettori di centrodestra è crollato. E ha subito una flessione anche nella base elettorale del Pd. Dove in pochi, tuttavia, ne mettono in discussione il ruolo e la leadership.
[..]

In questo Paese confuso, dove coabitano a fatica una maggioranza delusa, un'opposizione divisa e istituzioni deboli, è forte la tentazione di fuggire. O almeno di cambiar canale. Voltare pagina. Dimenticare la politica e l'antipolitica passando direttamente al gossip.
Ma non ci accorgeremmo della differenza..

(Ilvo Diamanti, Repubblica)

sabato, giugno 07, 2008

mi riconcilio con la politica


"Il modo migliore per continuare la nostra lotta e raggiungere i nostri scopi è che i nostri sforzi siano diretti a far eleggere Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Gli faccio le mie congratulazioni, e gli do il mio pieno sostegno, e chiedo a tutti voi di unirvi a me e di lavorare sodo per Barack Obama così come avete fatto per me".

Con queste parole Hillary Clinton ha annunciato la chiusura della sua campagna presidenziale, dando contestualmente pieno appoggio al rivale Barak Obama.
Applaudita da migliaia di sostenitori al National Building Museum, Hillary Clinton ha avuto parole di pieno apprezzamento per Obama: "Sono stata con lui in Senato per quattro anni e in questa campagna per 16 mesi: ho visto la sua forza, la sua determinazione. Con la sua vita Barack Obama ha vissuto il sogno americano: questo sogno dev'essere realizzato. Quando ho iniziato questa campagna volevo che riottenessimo la Casa Bianca, con un presidente che promuovesse la pace e il progresso, ed è questo che faremo sostenendo Barack Obama". La senatrice Clinton ha ribadito l'importanza dei propri obiettivi, a sostegno dei più deboli, e ha ringraziato più volte i suoi sostenitori: "Questa non è proprio la festa che avevo in programma, - ha ammesso - ma mi piace la compagnia. Vorrei dirvi quanto sono grata a tutti coloro che hanno messo il cuore il questa campagna, che hanno fatto chilometri, che hanno mandato email, contributi, e che hanno investito così tanto nella nostra impresa". "Un giorno vivremo in un'America in cui ci sarà una classe media più forte. Vivremo in un'America alimentata da energie alternative, un'America più forte: per questo dobbiamo eleggere Obama presidente. Dobbiamo riportare a casa le truppe: un giorno vivremo in un'America più leale con i suoi soldati. Per questo dobbiamo far eleggere Obama presidente", ha ripetuto Hillary Clinton. "Quando abbiamo cominciato ci siamo fatti una domanda: potrà una donna essere comandante a capo? Abbiamo risposto a questa domanda. E poi ci siamo posti un'altra domanda: potrà un nero essere presidente? Abbiamo risposto anche a questa", ha detto ancora la senatrice democratica. "Io sono una donna, e come milioni di donne so che ci sono delle barriere e dei pregiudizi, involontari a volte. A differenza di mia madre, ho avuto quest'opportunità, e voglio lasciare un'America migliore a mia figlia: un luogo dove le donne possano godere degli stessi diritti, della stessa paga e dello stesso rispetto. La strada è aperta...Potete essere orgogliosi che da oggi in poi non sarà così difficile per una donna vincere le primarie. Non sarà difficile per una donna diventare presidente e questa è una cosa notevole. Non ci sono pregiudizi accettabili nel ventunesimo secolo nel nostro paese. Mentre siamo riuniti in questo edificio storico, la cinquantesima donna astronauta è nello spazio e un giorno potremo 'lanciarla' alla Casa Bianca. Lavoriamo per raggiungere questi scopi", ha ribadito.
(fonte: repubblica.it)

mercoledì, giugno 04, 2008

barackopoli


Il senatore Barack Obama sarà il primo nero nella storia a giocarsi la presidenza nell'Election Day di novembre. Per tutti i media americani (anche per la più prudente Cnn) alle 3.01 italiane ha raggiunto la matematica certezza di avere la maggioranza dei delegati democratici per essere nominato candidato a correre alla Casa Bianca. Poi, in seguito, arriva anche la vittoria in uno dei due ultimi Stati, il Montana.

E Barack celebra questa giornata nel Minnesota con un discorso discorso di vittoria. Con una partenza che non lascia adito a dubbi e scatena i sostenitori: "Sono il candidato democratico alla Casa Bianca". Seguita dall'appello al partito a "essere ora uniti contro McCain". Alla Clinton dedica grandi elogi e un'ampia parte del suo discorso ("Una leader che ha ispirato milioni di americani con la sua forza, il suo coraggio e il suo desiderio instancabile di migliorare la vita del popolo americano. Il nostro Paese e il nostro partito sono migliori grazie a lei"), ma non arriva una proposta formale di correre insieme alla Casa Bianca. E poi l'appello a tutti i cittadini degli Usa: "America, è il momento di voltare pagina"

Ma il nodo per i Democratici non è ancora sciolto. Hillary Clinton gli fa i complimenti con il suo discorso finale a New York, ma non gli riconosce la vittoria. Si dice pronta a unire il partito ma prende tempo sulle prossime mosse (compresa la possibile candidatura a vice presidente): "Questa è stata una lunga campagna, non deciderò stanotte". Ma intanto, dopo aver ringraziato tutti quelli che l'hanno sostenuta nella corsa alla nomination, si congratula con Obama e i suoi sostenitori per "aver condotto una straordinaria campagna elettorale". E soprattutto dice: "Ora sono impegnata a unire il partito per conquistare la Casa Bianca".
Per lei - e lo dice ringraziando gli elettori - la soddisfazione morale di aver vinto le primarie in South Dakota. E intanto, con un ultimo colpo di scena, ha fatto filtrare la disponibilità a correre come vice di Obama. A partire dalla richiesta di un incontro faccia a faccia nelle prossime ore.

L'ex First Lady, che sognava di diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti, ha tenuto l'America con il fiato sospeso. Dal suo entourage sono uscite indicazioni contrastanti, segno del caos che accompagna l'epilogo di una candidatura che sembrava nel segno dell'inevitabilità.
Prima il giallo di una dichiarazione con la quale l'ex avrebbe riconosciuto la sconfitta a seggi chiusi, sia pure attendendo ancora un giorno o due per un annuncio ufficiale di ritiro. Ma le indiscrezioni sono state smentite poi dai portavoce di Hillary. Ma con il passare delle ore sono invece filtrate voci di frenetici contatti telefonici dei Clinton per cominciare a discutere i termini della resa.

La chiave di questa giornata al cardiopalma sta in realtà nei numeri. Tutti sanno benissimo che molti dei duecento superdelegati ufficialmente indecisi sono pronti a schierarsi dalla parte di Obama. E Barack ha condotto un pressing dell'ultima ora per convincere almeno una parte a pronunciarsi subito. Un lavoro che, come si è visto, ha dato frutti: fin dalle prime ore del mattino sono piovute dichiarazioni di appoggio a Obama, spingendolo verso quota 2.118 delegati, il numero che indica la vittoria. Il numero tre dei democratici alla Camera, il deputato nero James Clyburn, ha aperto i giochi e mandato un segnale ai colleghi che, dopo cinque mesi, è ora di dichiarare partita chiusa. Nelle ore successive e fino all'epilogo serale, l'onda dei superdelegati è cresciuta e al gruppo si è unito anche un nome eccellente, quello dell'ex presidente Jimmy Carter.

(fonte: repubblica.it)

sabato, maggio 03, 2008

tutto il mondo è paese: la destra conquista Londra


"Non vedo l'ora di riprendere la mia bicicletta"

ha esordito così, Boris Johnson, appena uscito dalla sua casetta di Islington (lo stesso quartiere di Londra in cui viveva Tony Blair prima di diventare primo ministro), parlando con i giornalisti nel suo primo giorno da sindaco della capitale. Niente bici per andare al lavoro, però, stamattina: una macchina con autista, per condurlo velocemente alle prime riunioni, con il capo della polizia e con il capo dei trasporti, a City Hall, il municipio dalla forma strana (sembra costruito da un ubriaco), sulla riva del Tamigi.


Mentre il Labour di Gordon Brown si lecca le ferite e pensa a come evitare di perdere il potere nelle elezioni politiche del 2010 (impresa non facile, secondo i commenti della stampa britannica, che predicono all'unanimità la fine dell'era laburista), i conservatori festeggiano. Il leader del partito, David Cameron, celebra la vittoria nelle amministrative: se si votasse oggi per il parlamento nazionale, i Tory incasserebbero una schiacciante maggioranza alla camera dei Comuni. Ma l'uomo del momento, ancora più di Cameron, è indubbiamente Boris Johnson. Se la vittoria dei Tory era prevista, quella di Johnson a Londra appariva più incerta.
Ken Livingstone detto "il Rosso", sindaco per due mandati, aveva governato sostanzialmente bene e godeva di un ampio consenso: perfino Johnson, del resto, gli ha fatto i complimenti nel suo discorso della vittoria e si è augurato di potergli trovare un incarico nella propria amministrazione. Come ha fatto, allora, Johnson a vincere? E chi è il nuovo primo cittadino della capitale?

La risposta al primo quesito ha molte facce: la crisi economica ha generato scontento, anche a Londra; Livingstone ha commesso qualche errore e dimostrato, dopo otto anni, qualche tendenza all'arroganza e al nepotismo; nella politica moderna la gente ha voglia di cambiare protagonisti, come in uno show televisivo, e c'era dunque desiderio di un volto nuovo. Infine, come a Roma, i temi del crimine, della sicurezza, dell'immigrazione, hanno giocato a favore di un partito, i Tory, che promette di fare di più in questo campo (anche se non è detto che riuscirà a farlo meglio del Labour).

Poi, per l'appunto, c'è il volto nuovo. Lui: Alexander Boris de Pfeffel Johnson, famiglia aristocratica, padre ex-politico, educato a Eton, la scuola privata dei re e dei premier, e a Oxford, giornalista, direttore dello "Spectator", storico settimanale della destra colta, deputato da due legislature. E pazzerellone, clown, buffone, gaffeur impenitente, dandy. Un personaggio. Un Vip. Uno dalla battuta pronta, anche troppo, come quando definì "negretti" i popoli del Commonwealth, "cannibali" gli abitanti di Papua, "vittimisti" quelli di Liverpool e paragonò le unioni fra gay a quelle "tra uomini e cani". Ma Johnson, dice chi lo conosce bene e lo ama, non è né razzista, né omofobo. "Ha sangue ebraico, turco, circasso, svizzero, inglese e francese nelle vene, è un multiculturalismo vivente", dice suo padre Alex. "Sua moglie è mezza indiana, e così sono dunque anche i suoi figli", gli fa eco sua sorella Rachel. La quale aggiunge, a proposito della presunta omofobia: "Mio fratello non potrebbe avercela con gli omosessuali, non per nulla ha studiato a Eton", scuola solo maschile, dove si mormora da sempre che l'omosessualità fosse diffusa e tollerata molto prima che nel resto della società britannica. Suo padre aggiunge che Boris "ha studiato i classici, parla latino e greco antico", sostenendo che ciò lo aiuta a comprendere il mondo moderno, ad accettare le differenze culturali, a trovare un'identità comune di valori occidentali. Di certo c'è che il nuovo sindaco ha scritto bei libri sulla Roma dei Cesari: chissà se aspira a fare risplendere in modo simile la sua Londra. Sarà un Augusto, un Nerone o un Caligola?

(fonte: repubblica.it)

mercoledì, aprile 30, 2008

papa tedesco e sindaco alemanno


E' l'Italia che crede alla televisione, solo alla televisione.
E' l'Italia che non legge, e men che meno scrive.
E' l'Italia che dimentica più che perdonare.
E' l'Italia che vuole essere stordita dalle parole.
E' l'Italia populista.
E' l'Italia che non vuole decidere, vuole subire.
E' l'Italia arrabbiata.
E' l'Italia incattivita.
E' l'Italia che cerca capri espiatori.
E' l'Italia che pensa che sia tutta colpa degli immigrati.
E' l'Italia in cui la sicurezza sembra più importante di ogni cosa.
E' l'Italia che non ha attenzione per l'altro.
E' l'Italia che non ha paura di uscire dall'Europa.
E' l'Italia con le cambiali.
E' l'Italia che porta in parlamento 3 operai e 75 pregiudicati.
E' l'Italia in cui solo i delinquenti sono solo i rumeni.
E' l'Italia in cui la camorra e la mafia "non esistono".
E' l'Italia in cui i comunisti fanno paura, i fascisti sono tollerati.
E' l'Italia che si protegge. Da tutti.
E l'Italia che dimentica il proprio passato.
E l'Italia che dimentica l'emigrazione, il fascismo, la tolleranza.
E' l'Italia insicura.
E' l'Italia che sa che il baratro è vicino.
E' l'Italia in cui l'etica non serve. A nessuno.
E' l'Italia in cui chissenefrega di mio figlio, e figuriamoci del figlio del vicino.
E' l'Italia in cui chissenefrega dell'ambiente.
E' l'Italia che manda in guerra i figli. Degli altri.
E' l'Italia che un saluto romano e passa la paura.
E' l'Italia degli impuniti. Che vuole restare impunita.
E' l'Italia che si lamenta della classe politica. Però non posso mica perdermi la puntata di Amici per fare la rivoluzione.
E' l'Italia che vuol menare.
E' l'Italia che fa i caroselli dopo le elezioni.
E' l'Italia delle clientele.
E' l'Italia che se non sei raccomandato non ce la farai mai.
E' l'Italia che "basta pagare".
E' l'Italia che "basta un pompino".
E' l'Italia che si lamenta della fuga dei cervelli. Ma non darebbe un euro per la ricerca.
E' l'Italia che si scandalizza del diverso perchè è diverso ma non del simile se glielo mette in culo.

E' l'Italia che mi guarda i bermuda, le gambe, le scarpe multicolore, e si mette a ridere.

sabato, aprile 12, 2008

Yo sognavo Che Guevara e c'ho Bordon

Dopo avere prestato giuramento per il secondo mandato davanti a re Juan Carlos, il primo ministro Jose Luis Rodriguez Zapatero ha presentato il nuovo governo. Per la prima volta nella storia della Spagna nell'esecutivo le donne sono più numerose degli uomini. Una di loro è alla guida del dicastero della Difesa: si chiama Carme Chacon ed è incinta.

venerdì, aprile 11, 2008

ultimo giorno: curzio, nanni e giuseppe per smuovere le coscienze

E' arrivato all'ultimo traguardo del Colosseo trafelato, reduce dagli studi di Porta a Porta e dal restauro del trucco, con un'ora di ritardo sulla tabella di marcia, inciampando fra i cavi e le parole.

Ad aspettarlo poche migliaia di persone. Ha subito congedato il principale alleato Fini come fosse un riempitivo ("Ringrazio Gianfranco per avervi tenuti occupati per più di un'ora") e in capo a due minuti aveva già smarrito il discorso ("Ho perso il filo, che cosa stavo dicendo?"). Poi è andato di repertorio, ma soprattutto ha fatto una lunga cronaca della puntata da Vespa appena registrata, vantandosi molto di aver "sbugiardato" per ore il Veltroni della sera precedente.

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E' la prima volta, in quindici anni, che capitava di vedere Berlusconi fischiato dai suoi fans. E chissà cosa hanno pensato i tifosi romanisti quando poco dopo ha attaccato il loro idolo, il capitano della Roma, Francesco Totti. "Se per la corsa al Campidoglio appoggia Rutelli non ci sta con la testa. Quando uno non ci sta, non ci sta". Apriti cielo, stupore tra i militanti che se ne stavano andando mentre la notizia, attraverso le radio private, faceva subito il giro della città.
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Al primo consiglio dei ministri dovrà rivelare che non esiste nessuna cordata per Alitalia, nominare un commissario fallimentare e raccontare qualcosa di molto convincente a ventimila persone senza più un posto di lavoro. Lo scenario dell'economia nazionale per i prossimi anni è assai fosco. Il fondo monetario internazionale prevede crescita zero per l'Italia nel quinquennio. Altre fonti autorevoli parlano già di recessione. L'Economist da settimane segnala il rischio che le grandi agenzie di rating declassino il debito pubblico italiano. Un genere di decisione che viene preso una mattina in due salotti della finanza internazionale, dove la considerazione per Berlusconi è zero, e si traduce dal giorno dopo in una strage sociale.

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Intorno a sé, Berlusconi ha giusto il suo popolo, i milioni d'italiani che lo voteranno comunque, perché ancora s'aspettano un miracolo, un colpo di genio o di bacchetta. Perfino quando è lui stesso ad ammettere che miracoli non se ne potranno fare e la bacchetta magica non ce l'ha. Prigioniero alla fine, Berlusconi, di un pezzo d'Italia che gli ha sempre creduto quando raccontava belle bugie e non gli crede l'unica volta in cui rivela una scomoda verità.

Curzio Maltese - leggi l'articolo nella versione integrale

I movimenti sociali sono energia che chiede di essere organizzata.
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Annunciano quel che Emile Durkheim definiva "un periodo creativo": il tempo in cui gli interessi individuali - e di gruppo - vengono messi provvisoriamente da parte e inaspettati attori, diventati "complici" di un'azione collettiva, chiedono "un nuovo ordine della vita"; un altro sistema di valori; più moderne morfologie sociali; una nuova "grammatica" pubblica. Il movimento contro il pizzo, le estorsioni, il racket mafioso non è altro che questo: una forma di solidarietà che chiede di liberare la vita sociale dalla violenza, dalla paura, dall'angheria per ottenere più qualità dell'esistenza, più eguaglianza nelle opportunità, più diritti, rispetto dei doveri, maggiori chances di realizzazione individuale. L'antiracket che oggi vede collegati, in uno stesso reticolo sociale, il pizzicagnolo e la Confindustria, la microimpresa artigiana e la Confcommercio, è la più stupefacente novità politica degli ultimi anni. È il sintomo che nella nostra società esistono costituenti sani che vogliono prevalere sugli agenti "patologici". Solo Berlusconi non lo comprende. Al di là dell'indignazione che sollecita sentir dire "eroe" un mafioso come Vittorio Mangano in una terra dove gli eroi sono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, l'elogio deforme del Cavaliere svela quanto egli sia conservatore, il custode di un "sistema Italia" che non ha futuro (quale futuro può avere il Paese con un Mezzogiorno schiacciato dalle mafie?); prigioniero di un interesse esclusivamente elettoralistico (la mafia vota); incapace di un disegno modernizzatore di medio e lungo periodo (l'antiracket lo è).

Giuseppe D'Avanzo - leggi l'articolo nella versione integrale

Gli incerti sono tali per delusione, stanchezza, assuefazione. La delusione nei confronti del governo di centrosinistra è in parte condivisibile, ma non può far dimenticare il vero e proprio abisso politico, culturale ed etico che c'è tra il centrosinistra e la destra italiana. La stanchezza si esprime con l'infastidito "Ma come è possibile, dobbiamo ancora occuparci di Berlusconi?!". Sì, il protagonista negativo purtroppo è ancora lui e, cosa impossibile da immaginare nel '94, si tratta di un Berlusconi addirittura peggiore: per aggressività, assenza di senso dello Stato e disprezzo delle istituzioni. Assuefazione: siamo arrivati al punto che ormai quasi tutti consideriamo normali cose che in democrazia non lo sono per niente, e che infatti non sono mai accadute in altri paesi: per esempio, il monopolio televisivo privato in mano a una sola persona, che, incredibilmente, si candida per la quinta volta in quindici anni a governare con le sue improvvisazioni il paese. Come non sono normali le aggressioni verbali di Bossi e Berlusconi nei confronti degli avversari politici, delle istituzioni, della magistratura, del presidente della Repubblica. Parlare di "imbracciare le armi", non può essere considerata un'innocua battuta (anzi, Berlusconi ha detto: "E' una metafora", ma mi sembra che non gli sia ben chiaro il concetto).

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Purtroppo l'opinione pubblica in Italia non esiste. Basti fare il confronto con quello che scrivono di Berlusconi giornali stranieri non certo di sinistra: esprimono incredulità per le sue continue affermazioni anti-istituzionali, severità e durezza per i suoi continui attacchi alle norme elementari della convivenza democratica, e una autentica preoccupazione verso un suo possibile ritorno al governo.

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A proposito di Veltroni e Berlusconi, non capisco come ci sia qualcuno che possa sostenere che i due uomini politici e i loro programmi si assomiglino o addirittura siano uguali... Tra i due politici le differenze sono enormi, Berlusconi è un disco sempre più incantato e sempre più finto. Lo si è visto anche nel suo rifiuto di confrontarsi in tv con Veltroni. Una vera e propria fuga. Sa che perderebbe voti. Purtroppo, questo suo rifiuto qui da noi non scandalizza, viene considerato normale: "E' in vantaggio, è giusto che non faccia il duello con Veltroni". In altri paesi l'opinione pubblica, che qui non esiste, ti farebbe pagare politicamente ed elettoralmente un comportamento del genere.

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L'irresponsabilità è una caratteristica molto italiana. Bossi, Berlusconi, Dell'Utri e tanti altri nella destra, si permettono delle affermazioni gravissime. Poi si rettifica, in parte si smentisce e tutto finisce lì. Vengono considerate, con incredibile indulgenza, "dichiarazioni in libertà", "folklore", "esagerazioni pittoresche". Tanti hanno considerato troppo cupo e pessimista il finale del "Caimano", ma le frasi di Berlusconi sull'esame di sanità mentale da fare ai magistrati si spingono molto oltre. Eppure non succede nulla (ma i giornalisti stranieri, anche quelli moderati, rimangono allibiti).

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Da molti anni, politici democristiani vengono accusati da Berlusconi di essere "comunisti" (dal '94 in Italia questo è ormai un insulto, a differenza di quando esisteva il Pci). Mentre molti fascisti, che restano fascisti e purtroppo non percepirebbero questo come un insulto, hanno avuto ruoli importanti nello schieramento di Berlusconi. Che, è bene ricordarlo, da capo del governo non ha mai partecipato alla festa del 25 Aprile, la festa di Liberazione.

Nanni Moretti - leggi l'articolo nella versione integrale

giovedì, aprile 10, 2008

un abbraccio ai politici

ps. non è un manifesto ritoccato.
nemmeno la scritta "grillini Sindaco" è finta.

venerdì, aprile 04, 2008

giovedì, aprile 03, 2008

come la sella di un cosacco


«Non avendo più argomenti, quelli di sinistra portano qui finocchi». I militanti leghisti salutano così l'uscita di scena di Maurizia Paradiso, arrivata fino a Padova per «abbracciare un padre, io che non l'ho mai avuto» e portata fuori a braccia, tra insulti e lazzi, dopo uno svenimento vero o simulato, seguito alle parole senza appello di Umberto Bossi: «Qua i saltimbanchi non li vogliamo». Lei si dimena, urla: «Mi picchiano». Non è vero, ma arriva l'ambulanza e se la porta via. Viene portata al pronto soccorso dove rimarrà fino a tarda notte in preda a una crisi di nervi, piantonata da sei agenti.

E dire che era arrivata camuffata sotto un foulard di seta e due occhialoni scuri per poter incontrare il suo idolo politico: «Sono una travestita che si è travestita, perché solo così potevo conoscere l'uomo che amo». Non aiuta, nel travestimento, la presenza della fida barboncina bianca Camilla. E infatti il servizio d'ordine della Lega la blocca subito sotto il palco. Maurizia Paradiso — già Maurizio, poi Baby L'Amour e Laura Kelly — non si perde d'animo, indossa la sciarpa padana e si fa sotto. Insiste, si avvicina e Bossi si spazientisce. Il pubblico rumoreggia, una guardia padana si avvicina e le toglie il fazzoletto verde dal collo.

Poi gli eventi precipitano, la showgirl si lascia cadere per terra e viene trascinata fuori a braccia, mentre Bossi si arrabbia: «Se non capisci, stai fuori, via. Ma guarda un po', tutte a noi capitano». Lei ha appena il tempo di urlare al pubblico: «Ma bravi, che carini». E a Bossi: «Volevo solo baciarti. È più difficile incontrare te che me al Misex». Poi l'epilogo, per il quale rischia la denuncia per turbativa di comizio elettorale, con pena fino a tre anni. Il Senatùr può cominciare il suo comizio nel quale dice no al rinvio delle elezioni — «Siamo nelle mani della magistratura» —, spiega che non ci sarà «nessun inciucio » e che Berlusconi «non è mica matto, neanche lui vuole il voto agli immigrati».

Il fuori programma, tra il grottesco e il malinconico, segue la mini polemica tra la showgirl e il Carroccio, reo di non averle offerto una candidatura. Matteo Salvini aveva negato discriminazioni, «la tessera ce l'ha già», e Roberto Maroni l'aveva invitata a partecipare a un comizio. Detto, fatto. All'hotel Grand Italia di Padova, prima di entrare, si confessa: «Sono una partigiana del Carroccio. Io sono il federalismo, una regione a sé che si è gestita per 53 anni, tra gli squali. Da sempre faccio pubblicità occulta per la Lega a Colpo grosso e nelle mie trasmissioni». Non è bastato neppure questo per farsi accettare dal popolo leghista e per abbracciare Bossi. A portarla qui a Padova c'era però anche la speranza di fare carriera: «Che dice — chiedeva — Bossi mi farà andare all'Isola dei famosi? Lui è come un padre per me. Marano invece non mi vuole. È il mio ultimo desiderio. Ho avuto una vita difficile, una madre che batteva, un'operazione a 23 anni per cambiare sesso che mi ha provocato guai fisici. Ora sono malata, mi dovete sopportare ancora per poco».

(fonte: corriere.it)

tu vuò fà l'americano