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venerdì, novembre 21, 2008

la parola più bella della lingua italiana

L'empatia è la capacità di comprendere cosa un'altra persona sta provando.

La parola deriva dal greco "εμπαθεια" (empateia, a sua volta composta en- "dentro" e pathos "sofferenza o sentimento"), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l'autore-cantore al suo pubblico.

Il termine "empatia" è stato equiparato a quello tedesco, "einfühlung". Coniato, quest'ultimo, dal filosofo Robert Vischer (1847-1933) e, solo più tardi, tradotto in inglese come "empathy". Vischer ne ha anche definito per la prima volta il significato specifico di simpatia estetica. In pratica il sentimento, non altrimenti definibile, che si prova di fronte ad un'opera d'arte. Da notare che suo padre Friedrich Theodor Vischer aveva già usato il termine evocativo "einfühlen" per lo studio dell'architettura applicato secondo i principi dell'Idealismo.

Nelle scienze umane, l'empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da uno sforzo di comprensione intellettuale dell'altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale. Fondamentali, in questo contesto, sia gli studi pionieristici di Darwin sulle emozioni e sulla comunicazione mimica delle emozioni, sia gli studi recenti sui neuroni specchio scoperti da Giacomo Rizzolatti, che confermano che l'empatia non nasce da uno sforzo intellettuale, è bensì parte del corredo genetico della specie.

Nell'uso comune, è l'attitudine ad essere completamente disponibile per un'altra persona, mettendo da parte le nostre preoccupazioni e i nostri pensieri personali, pronti ad offrire la nostra piena attenzione. Si tratta di offrire una relazione di qualità basata sull'ascolto non valutativo, dove ci concentriamo sulla comprensione dei sentimenti e bisogni fondamentali dell'altro.

In medicina l'empatia è considerata un elemento fondamentale della relazione di cura (ad esempio la relazione medico-paziente) e viene talvolta contrapposta alla simpatia: quest'ultima sarebbe un'autentico sentimento doloroso, di sofferenza insieme (da syn- "insieme" e pathos "sofferenza o sentimento") al paziente e sarebbe quindi un ostacolo alla relazione e ad un giudizio clinico efficace; al contrario l'empatia permetterebbe al curante di comprendere i sentimenti e le sofferenze del paziente, incorporandoli nella costruzione del rapporto di cura ma senza esserne sopraffatto (questo tipo di distinzione non è condiviso da tutti) Sono state anche messe a punto delle scale per la misurazione dell'empatia nella relazione di cura, come la Jefferson Scale of Physician Empathy. L'empatia nella relazione di cura è stata messa in relazione a migliori risultati terapeutici (outcome), migliore soddisfazione del paziente e a minori contenziosi medico-legali tra medici e pazienti.

(wikipedia, che in effetti non offre la migliore definizione possibile, ma l'alternativa è copiare integralmente una dispensa in lingua inglese)

domenica, novembre 09, 2008

mr. antisocial



People-watching
is one of my
Favourite things to help pass the time
They're all making a deal out of nothing
Decisions to be made, it seems so easy

And they're reading into things without my say-so

And he's sniffing his way to the top
Because the impression he gave was good
And so he stopped, and he stopped to shake my hand
With a smile but I knew he was in denial

In tempi un po' sospetti ho inserito questo brano in una compilation di quelle che ultimamente hanno pungolato la mia vita privata, cd numero x, posizione numero y.

I tempi erano già un po' sospetti, perchè è inutile negarlo, ora men che meno: ciò che scrivo, ciò che dico e ciò che sono interessa.

Da lunedì è evidente per tutti. (molti mi hanno confidato privatamente le loro sensazioni; in ogni caso 16 commenti per un pompino sono un segno dei tempi)

Io però inizio a riflettere su un aspetto che poi secondo me vale per qualsiasi manifestazione pubblica di un racconto, di una narrazione. Dal mio blog a Maria De Filippi.

Ciò che interessa ai pubblici delle nostre vite non è tanto leggere e farsi i cazzi degli altri, anche perchè oggettivamente non tutti abbiamo dei racconti interessanti da offrire, nè abbiamo la capacità di saperlo raccontare.

Ciò di cui ha bisogno la gente non è tanto sapere i fatti altrui,
ma poterli commentare.


Noi che raccontiamo i cazzi nostri, in forma più o meno esplicita, più o meno sublimata, più o meno consapevole, a prescindere dal perchè lo facciamo, quando lo facciamo, a prescindere dall'argomento, dallo stato d'animo, rendiamo un servizio.

Permettiamo alle persone di riempire le loro giornate potendo commentare, potendo dare allo scrittore del genio o del disadattato, al protagonista del gossip del chiavico o della troia.
Non tutti scrivono, moltissimi leggono. E' il gioco delle parti: c'è chi costruisce il mondo e chi lo usa.

Ogni blog è una piccola comunità: l'ingoio (titolo furbo per dare un nome alla narrazione del post di domenica scorsa, perchè le cose, appunto, bisogna saperle raccontare) ha creato un gruppo di persone che non si conoscevano e forse non si conosceranno mai di persona. Però ognuno si è fatto un'idea sul commentatore della porta accanto a partire da ciò che è stato detto.

A un certo punto ho notato che probabilmente non c'era nemmeno bisogno di me e di ciò che dicevo.
La gente si rispondeva, anche a distanza di giorni - il potere del passaparola - senza che io dovessi schernirmi e/o fomentare.


Tutto ciò che è stato prodotto in seguito al mio post risponde più a un bisogno di socializzare le proprie emozioni da parte di chi leggeva (in fondo, io non sono così d'accordo sulla teoria secondo la quale chi scrive e in generale chi parla lo fa prima di tutto per ascoltarSI) che su una reale analisi di ciò che ho scritto.

Nessuno mi pare abbia parlato in modo esplicito del mio post. Tutti sono passati oltre:
- io mi diverto a leggere ciò che scrive Dino;
- io penso che Dino sia un trimone e un disadattato;
- io penso che al posto di Dino...

Lunedì pomeriggio arrivai in radio esaurito, quella sera stessa il mio morale era molto basso. Poi è bastato osservare per capire quale dovesse essere la chiave di lettura della situazione per tornare subito a uno stato che piu si confà a questo periodo. Straordinario.

Io scrivo perchè sto bene nel farlo, spesso ne ho proprio bisogno, come in una forma di catarsi. E scrivo qua e non su un posto totalmente privato perchè talvolta ci sono commenti illuminanti, che mi fanno pensare. Altre volte, nel mio piccolo, illumino altri.

Ma la vera magia di un blog è che c'è gente che sta molto meglio di me che scrivo perchè può leggere e commentare, degli scrittori più che dello scritto.


Mi è stato detto che gestisco la mia vita privata in modo un po' troppo pubblico.
Ho fatto tesoro di ciò che mi è stato detto.

Singolare è però un invito a un workshop sui social media in cui, per la prima volta, andrò via da Bari per rappresentare me stesso e Proforma in quanto persona autorevole sulla materia. Andrò a fare una relazione, non so di preciso su cosa.

C'è che hanno pensato a me.


Ora, mi auguro che non ci sia bisogno che vi stia a dire che sono mesi che sto piegato sui libri e osservo in modo analitico come la gente usa tutti questi strumenti, perchè lo fa, quando la comunicazione funziona e quando no.

E credo che sia inutile che vi stia a dire che tutto ciò che faccio (blog incluso) rientra, più o meno volontariamente, in una serie di leggi e concetti da rispettare per usare al meglio gli strumenti. Sarebbe stupido studiarli e poi sospendere ciò che imparato, proprio per le cose mie.

La spontaneità (così come la creatività, checchè se ne dica) va fermamente ancorata in categorie e schemi per potersi esprimere al meglio.

Che aggiungere sulla settimana?

- ho finalmente operato il baratto perfetto: una maglietta con su scritto "Mr.Antisocial" - che fa il paio con la mia, il titolo del post è ispirato da questo (ah sì?) - in cambio di pura Nduja calabra, e sono ancora un po' in credito;

- ho finalmente, e questo è un miracolo, superato la smania di dover fare mille cose. Ne sto facendo cadere un'infinità. Si stanno riducendo, anche perchè basta non mettersi in testa a tutti i treni per vederne molti non partire e deragliare.
Quanto tempo ho perso, quanto veleno ho fatto. Ma adesso ci siamo, decisamente.

E questo è frutto di un incrocio interminabile di fattori concomitanti, tra cui, appunto, la crescente esperienza nel valutare le persone e i loro comportamenti. Ecco, al netto di tutto, il blog serve anche a questo, a conoscere;

- avrei una marea di cose da dire sulla mia vita privata, e ho riscoperto anche un certo piacere nel farlo. E tutto sommato sono sicuro che molti vorranno sapere come va con Maruzza, com'è andata con lei a Londra e io qua.

Non succederà e non succederà perchè me lo avete chiesto voi in fondo.
Pur volendo il contrario.


lunedì, novembre 03, 2008

la legge del contrabbasso

E così, a poco più di 24 ore dal post che ha creato scalpore, mi son preso un po' di lavate di capo, mi sono messo a pensare a cosa sbaglio, ho visto persone scomporsi per la prima volta in vita loro.

Ho conosciuto in profondità Beatrice Antolini, una polistrumentista eccezionale, e ho lasciato che mi ispirasse il titolo del post.
Ho conosciuto una realtà insospettabile e questo ha dato il definitivo supporto ad una tesi che porto in seno da diversi mesi ma che per più di un motivo (in particolare, la volontà di raccontarla. Un elemento che in fondo l'ha ribaltata) non è apparsa evidente ai più. Anzi, ha causato effetti poco piacevoli sull'immagine che di me ho dato all'esterno.

Penso che adesso, al netto di tutto ciò che mi è successo di bello e di brutto in queste 24 ore la mia vita può e deve essere più semplice, ancora più concreta e molto meno spettacolare.

Ho vissuto tensioni particolarmente intense, dovute a motivi troppo diversi tra loro per riuscire a trovare un punto di mediazione. La radio, ancora una volta, mi ha rilassato, mi ha permesso di ripartire da zero. Ma non posso appoggiarmi ai feticci.

Cambio priorità. O semplicemente le metto a fuoco.

Voglio solo lavorare e voler bene.
E (che ci crediate o no) voglio sparire.
E lo voglio già da un sacco di tempo.

(troverò altri modi per esprimere il mio ego, che sia strabordante o insicuro, megalomane o vittima. Ma non sarà qui. O se sarà qui, sarà molto più sublimato)

venerdì, ottobre 10, 2008

in galera

Mentre il mondo, seppur allarmato, sottovaluta l'effetto di quello che sta succedendo all'economia mondiale,

mentre in Italia 8 miliardi di euro vengono tagliati alla scuola, all'università e alla ricerca scientifica ma i giornali preferiscono dar risalto a MariaStella e ai suoi grembiuli,

mentre la nostra politica è al momento più buio dal dopoguerra ad oggi, ed è colpa più dell'opposizione che della maggioranza, visto che oramai mi sento più rappresentato da Milena Gabanelli e da Zoro, persone di cui andare orgogliosi, che dai partiti,

mio padre, per la prima volta da quando lo conosco, ovvero da quel giorno di marzo in cui decisi di uscire all'inizio del 10imo mese di gravidanza, solo perchè non potevo continuare a restare sempre in stand-by, per la prima volta nella sua vita, mi fa:

Dino, io sto iniziando a pensare a un metodo per lasciare questo Paese.

(ovviamente il metodo consiste nel riuscire a trovare una sistemazione congrua per sè, per mammà che lavora e per mia sorella che sta costruendo la sua vita senza saperlo)

La mia reazione è stata sorprendente anche per me stesso. Impetuosa.

No, Papà, io resto qui fino alla fine.
Solo la galera potrà fermarmi.


Sono certo che questi discorsi si stanno infilando sempre più di frequente nella vita degli italiani. Per ora degli italiani più consapevoli, quelli che usano in modo intelligente i mezzi di comunicazione e hanno ancora il gusto di incrociare le braccia.

Fra un po' dovranno accorgersene tutti, anche chi vive in questo stordimento da SuperEnalotto, TV e cocaina (non esprimo giudizi di valore, leggo solo il +69% di giocate per raggiungere il 6 ed aggirare i problemi del quotidiano, leggo i dati auditel, leggo i dati sul consumo di cocaina in Italia).

E mi chiedo se sia proprio questo, la disperazione, l'unica leva che muova le coscienze sociali degli italiani.
E se sì, mi chiedo perchè.

venerdì, ottobre 03, 2008

le nostre vite non sono perfette

Ieri notte, per pura coincidenza (era giovedì e Maurizio Costanzo era impegnato a suonare il sassofono con la Demobbbbendde), son tornato su Radio Deejay e mi sono imbattuto in un programma davvero gradevole e ben fatto con i Vitiello's.
Di notte, da mezzanotte alle 2, in diretta, su Deejay. Ma sopratutto, ben pagati.
Una specie di sogno.

La notte porta consiglio e anche temi scabrosi e così si è finiti a parlare di tradimento.
Intorno all'1 arriva un sms che lascia allibiti i conduttori:

"sono felicemente sposata da un anno, ma oggi ho tradito mio marito con una persona che ho conosciuto stamattina"

E così hanno deciso di chiamare la tipa, Maria, accento laziale.
Non era pentita, rideva da un quarto d'ora, "non mi riconosco".
Dopo 4 minuti di convenevoli Nicola Vitiello, pur con la ridarella, si pone una questione delicatissima:

"guarda Maria, va tutto bene, ma io non capisco una cosa: perchè nel messaggio hai scritto che sei felicemente sposata?"

E lei, di tutto punto: "sai, avevo voglia di sentirmi una ragazza, un'adolescente, volevo sentirmi corteggiata".
Mentre Maria finiva di rispondere, l'altro conduttore dice:

"Nicola, le nostre vite non sono perfette"

La telefonata finisce pochi attimi dopo, ma quella che sembrava una telefonata goliardica si è trasformata in un'agghiacciante rivelazione delle debolezze umane.

Questa è stata una settimana da sturm und drang e quindi non escludo che questo stato d'animo abbia acuito il mio disagio. In ogni caso mi chiedo se ci siamo davvero arresi all'idea di essere traditi come condizione necessaria e, quindi, di tradire come inevitabile conseguenza.

Perchè quel "le nostre vite non sono perfette", a me, diceva proprio questo.
Ed è proprio per questo motivo che ho sfruttato i potenti mezzi tecnologici per lanciare un sondaggio.

Ovviamente è tutto anonimo, ma se qualcuno, oltre a votare, vuol dire la sua, lasciasse pure un commento. Magari dal confronto vien fuori qualcosa di interessante.

Da traditore saltuario, da tradito non ancora ufficiale, da frequentatore di letti teoricamente già appaltati e soprattutto da imperdonabile idealista, vivo il tema con enorme struggimento.

martedì, settembre 30, 2008

casino royale

Ho freddo.
E se è vero che questa è una condizione fisica prima di tutto, non posso non pensare che forse la sensazione sia acuita da qualche effetto placebo al contrario.
Sono giorni difficili, così come non lo erano da mesi.
La coincidenza ha portato il mio shuffle sui Casino Royale ed è proprio questa l'etichetta linguistica che mi sembra buona per spiegare la mia condizione temporanea (speriamo temporanea, và). Un casino, reale.



Di certo la sopra qualcuno ti ama
ma oggi non è in casa
respiri la voce che ancora ti chiama,
ma ora si allontana
Io potenziale serial killer, di una probabile famiglia, non ho il coraggio che è richiesto, non abbastanza grande adesso.
Passo dopo passo
passo sopra
cammino sulla fune
senza protezione.

Si mente la mente
per dire per sempre
per sempre rimane
soltanto un istante
l'istante il cui seme
si mescola al sangue
ci cambia le impronte
ci mette di fronte.

In questi giorni devo sorridere con più sforzo. Si deve sorridere, è un momento straordinario. Ma si fa più fatica. Si fa tanta fatica. Sono giorni diversi, ma tutti equiparati dalla parola casino. Una parola declinabile in più accezioni.

E' un casino quello che vedo davanti a me, quello che mi porterà in un treno per Roma per una riunione che sembrerebbe essere decisiva e che potrebbe essere, come sempre, molto meno decisiva di quello che promette.
Potrei conoscere Veltroni, mi basterà Gentiloni, un Vedrucci. Qualcuno, a cui metaforicamente dare uno schiaffo, per quanto un pischello possa mai avere la pretesa di poter dare schiaffi.
Erano le 17 e io ancora non sapevo nulla. Sono arrivato a casa alle 20 e ho dovuto dire a mammà una roba di questo tipo:

"mamma, domani vado a Roma, forse vedo Veltroni"

Se me l'avesse detto mio figlio, con quel tono e quella tempistica, io l'avrei preso per un cretino.
E' tutto vero, domani in treno, senza portatile. Studierò. Penserò.

Vedrò il paesaggio passare ricorsivamente, sempre uguale.
Poco mare sulla Bari-Roma, tanta Irpinia, tanta desolazione.
Vedrò il paesaggio scorrere, e cambiare. Inesorabilmente.

Questi giorni mi hanno rivisto immerso in un vecchia zona oscura delle mie costruzioni, che chiede di essere eliminata al più presto.
Certo, non lo fa esplicitamente. Anzi, il pallino chiederebbe anche di proseguire così, "che bello, non me l'aspettavo".

Ma in 28 ore ho visto due cose e tanto potrebbe bastare.

La banalizzazione di sè stessi, del corpo, della donna. Il casino, nel peggiore delle accezioni possibili. Quella da vocabolario.
Ho sempre pensato che le donne fossero nettamente superiori agli uomini.
Non ho mai capito perchè spesso, piuttosto che giocarsela alla pari, accettano di farsi mercificare. Accettano un sistema di segni, di valori, di scappatoie. Poi è chiaro che la società è maschilista. La donna non lotta, la donna aggira.

In extrema ratio ci sono i pompini.

La banalizzazione sta anche nel nascondersi del nel solito clichè della superficialità.
Sò tutti superficiali. Uomini e donne. Nessuno ha tempo per pensare agli altri quando si fa ciò che si vuole.
E tutti pensano che l'autoanalisi giustifichi. Sò superficiale, scusa.

No, basta. Io non ce la faccio più.

E purtroppo, a coronamento, ho letto tra le righe dove forse non c'era da leggere. E buh, voglio leggere delle cose. Secondo me stavolta è giusto leggere.

Ho da tempo deciso di mettere il rispetto dell'altro davanti a tutto, davanti anche a me stesso. Ho un paio di valori indistruttibili, sugli altri negozio. (no, i compromessi sono un'altra cosa)
Quello che mi aspetto è una prova, quando tu mi chiedi una prova.



Non guardo nello specchio è tempo ormai, e ho
Paura dentro quello che farei, se so

Io certo sono quello
Anch’io vorrei fermare
E per spingerla sul cuore
sino a fare male

Quello che mi serve è una prova, quando tu mi chiedi una prova
Quello che mi aspetto è una prova, quando tu mi chiedi una prova

Riconosci di non riconoscerti
Io fermo tutto il resto e vedo muoversi

Le teste immerse e i corpi
si continuano a cercare
Il muro freddo dietro
fermo ad ascoltare

E tocca di voltarsi
Per poi non ritornare
E riprendere per mano
quello che rimane

Io non volevo cambiare le regole. Mi tocca di voltarmi. Io non volevo. Non ho scelta.

E così parto per Roma completamente scarico dal punto di vista emotivo. Sempre più stanco e sempre più misantropo.
Ma vado a fare l'animale sociale. E ne ho tantissima voglia.
Sì, è un paradosso, lo so.

Vado a rappresentare un tot di persone, mai dimenticarselo.
Anche se per andare ho dovuto aspettare un insulso balletto tra dirigenti politici.
Anche se per andare ho dovuto rinunciare al viaggio in aereo, andrò a dormire nell'ennesima casa romana, di una città che non mi appartiene più, a cui domani sera dò un'altra possibilità perchè ho avuto fortuna.
La fortuna di incrociare le rotte di una persona positiva, che domani mi ospita.
Così, per caso. A culo. Come succede per tutte le cose belle.

Devo dormire stanotte, domani devo essere un leone.

Devo essere io, il PD, Proforma ed Emiliano contemporaneamente.
Pressione 0, ma devo essere lucido.
Devo dormire, per questo scrivo.

Se pensassi a tutto ciò che mi sto mettendo sulle spalle il sonno mi passerebbe. Così come non ci sarebbe niente di male se mi "concedessi" una notte insonne per fare il punto sulle cose che non vanno, che l'attualità ti impone di guardare. Negli occhi.
Ma non voglio, non è giusto. Sarebbe sputare sul momento splendido, che non può essere offuscato da giornate dure, di ristrutturazione forzata.
Molto più difficile fare gli scatoloni quando non si ha voglia.
Molto più difficile partire in fretta e furia. Ma ce la faremo.

Se pensassi a tutto ciò che ogni giorno mi succede, mi sentirei in un casinò.
Gioco tutto al casinò royale. Altro che scelte calcolate.





La tattica l’hai scelta ma è la sorte che ti sceglie
Rosso e nero vince sul tappeto verde
Vince l’altro perde e prende il posto di quell’uno
dopo un tot di mani sono scomparsi uno ad uno…
Gioco tutto al Casino Royale
I bet again on Royale Sound
Ed è la sorte che si accetta, vivendo ciò che sarà
Ed è la sorte che si afferra, sfruttando quello che da, ti da
Ed è la sorte che si sfida cercando il suono che vuoi, che sei
Ed è la sorte che ti sfida, gioca le carte che hai, ora

Le carte sono tante. Può capitare la mano sbagliata.
Il dealer mi ha servito ancora, ho un buon inizio.
Guardate cosa mi hanno scritto su Facebook mentre partorivo sto messaggione:

"Ciao Dino, so che non ci conosciamo ma alla fine siam amici, ed è un piacere esserlo di te perche hai un modo di scrivere che fa sbigattare dalle risate :-) continua cosi, ciao marco"

Sì Marco, continuo così.
Ho freddo, ma già un po' meno. Ho carte buone, ma mai blindate. Unico trucco nei momenti duri: proteggermi da ciò che voglio, dalla ricerca del punto a tutti i costi.



siamo disposti forse a rinunciare a ciò che noi vogliamo
per ottenere tutto ciò che non vogliamo perdere


Io sì.
Fanculo.
Io non cambio.

lunedì, settembre 29, 2008

domenica, settembre 28, 2008

ma tu di preciso cosa fai?

E' la domanda più ricorrente di questo periodo.
Per molti non faccio niente, perdo tempo.
"Stare su Facebook non è lavoro"

Io non so se me lo dicono perchè lo pensano o perchè vorrebbero stare al posto mio, fatto sta che oramai questa sul cosa faccio di preciso sta aggiungendosi ai vari clichè, al "tu che sei psicologo", al "tu che sei superimpegnato", al superbo e all'arrogante.

Secondo un rassicurante schema organizzativo (chi sta negli organigrammi lavora, no?), mi fregio dell'ampolloso titolo (cit.) dei responsabile social media di Proforma.

Tradotto in italiano, studio gli strumenti che il 98% delle persone usa per mettere le foto con la tetta in vista, per fare i quiz su che personaggio dei cartoni animati è, per fare carte con le femmine, per condividere la musica e i contenuti.
Studio proprio queste dinamiche cazzeggione.

Secondo un libro di James Surowiecki, The Wisdom of Crowds (http://www.fusiorari.it/surowiecki.htm), questi giganteschi ammassi di persone che si limitano a vivere, a condividere, a cazzeggiare, a scegliere, producono conoscenza di qualità nettamente superiore rispetto al migliore degli analisti su una specifica attività.

A quelli che "ma Facebook a cosa serve?" "I blog a cosa servono?"; quasi quasi "Internet a cosa serve?", e a tutti quelli che invece utilizzano già un po' di più questi strumenti: comprate quel libro.

Non mi limito a studiare gli strumenti, li utilizzo pure. O consiglio l'utilizzo (o anche di disertare).
Gradualmente, non per decreto. Le persone, le aziende, i contesti che utilizzano questi strumenti per fini non cazzeggioni devono sentire queste cose, devono correre i rischi connessi, non lo devono far per moda, "perchè tutti hanno un blog", altrimenti è un disastro.


Sì, non faccio niente dalla mattina alla sera.
A parte studiare da che lato sta andando il mondo.
Per poi ritrovarmi il sabato notte, birra in mano, a discutere seriamente di campagne elettorali, prediction markets e ad altri inutili orpelli della nostra società civile.

Ma voi di preciso cosa fate?

Per quale cazzo di motivo arrivo al weekend e vedo attorno a me una tremenda desolazione? Una desolazione (approfitto per ringraziare i miei compagni di serata di ieri, è sempre un piacere, davvero) che non vedo durante la settimana perchè vado così forte che non riesco a fermarmi a guardare il panorama vicino a me (mentre magari guardo a cose ben più distanti, forse è un errore, chissà).

Perchè sono io quello super-impegnato, che non si fa sentire mai, che non è di priscio, etc etc. e poi nel weekend, quando ci sarebbe il tempo e il modo per costruire le cose, le situazioni che richiedete, mi dovete far passare sempre di più il senso di colpa per il fatto che mi rendo sempre più indisponibile dal lunedì al giovedì? Perchè, tanto, mi richiedete ma poi non ci siete.

Perchè mi dovete far pensare che dormire sia la migliore occupazione possibile nel fine settimana?
Forse perchè è vero.

domenica, settembre 07, 2008

c'è chi mi conosce meglio di me (2)

Radio Duni, particolarmente ispirata dalle tregende di settimana, non può esimersi dal suggerirvi due brani.
Scritti da gente che, pur non volendo, mi conosce meglio di me. Senza conoscermi.
Interessante, specie perchè c'è gente che invece mi conosce da tanto e non ha ancora capito un cazzo.

                               

In un deserto un giorno s'incontrarono,
senza volerlo per caso si guardarono,
un dromedario ricco, ed un cammello povero.
Si salutarono, si oltrepassarono,
poi si fermarono, ci ripensarono,
e ritornarono, si riguardarono, e il dromedario disse così:

Bè, perchè, tu c'hai due gobbe ed io ne ho solo una perchè?
Mi guardi imbambolato dalla duna perchè,
continui a masticare e non rispondi, dammene una,
se me la vendi una fortuna ti darò!

Ed il cammello essendo bisognevole,
per un momento si dimostrò arrendevole,
poi si guardò le gobbe, con occhio lacrimevole.
E allor ci ripensò, e se le riguardò,
la testa dondolò, e poi la sollevò, lo sguardo corrucciò,
e il petto si gonfiò, e al dromedario disse così:

Sai che c'è, io resto con due gobbe e tu con una perchè,
non me ne importa della tua fortuna perchè,
son povero ma bello e nerboruto,
e dalla duna io ti saluto e con due gobbe me ne vò!



Io non ho il vizio del fumo
e non odio nessuno
non ho cognati nè lontani parenti pregiudicati
non ho mai fatto a botte
mai andato a mignotte
non ho imparato a parlare presto 
non so contare in tedesco
non ho una casa al mare nè in montagna
non ho girato la spagna
non ho il navigatore satellitare
nell'anno 2000 non ho baciato la mano a wojtyla
quando è morto non ho fatto la fila

non ho un contratto e non ho un amico dj
che mi fa entrare senza fare file se no verrei
e anche se ce l'avessi non avrei l'abito adatto a un centro congressi 
non è il caso di darmi del lei
mi dia pure del tu
non ho gli occhi blu
non ho una penna in più
e non ho un'altra tv
e non ho lo schermo maxi
non rivaluto craxi
nè tantomeno cossiga
non ho mai fatto una riga

non ho costanza e non ho memoria breve
come chi beve
però chi beve ha anche la panza
non ho idea di quale sia il mio peso ideale
il peso non è il mio ideale
non ho un comune morale
non ho il condizionatore
non ho mai preso il volo
non ho più i genitori ma non mi sento solo
non ho nessuno con me non ho nessuno contro
non ho mai dato un party ne fotografato un tramonto

non ho una bella cera
non ho ancora fatto carriera
non ho mai speso l'intero stipendio in una sera
non ho ticket per file dove c'è gente che spinge
e se ci finisco per caso non vedo l'ora di uscire
non ho grosse lacune ne amici in comune
non ho idee illuminanti
ho idee che hanno anche altri
mi spiace non ho moneta
non aspetto da un'ora
non ho deciso ancora
quale sia la mia meta.

giovedì, settembre 04, 2008

non è possibile che tu sia bravo

Le cose che ci succedono sono quasi sempre suscettibili di due interpretazioni, spesso tra loro contraddittorie, distanti.

Due strade
Qualcuno ne sceglie una, altri si dedicano al piano b. 
Talvolta, quando le questioni sono di comune interesse e comune sentire si parteggia, si fanno le fazioni.
Il dualismo è parte del nostro modo di vedere le cose.

Bianco o nero?
Rivera o Mazzola?
Zuppa o pan bagnato?

Ieri ho ricevuto la prima bordata seria che riguarda il mio lavoro. 
Serissima. La peggiore possibile.

Quando qualcuno, in una qualsiasi stanza di una qualsiasi istituzione pubblica, legge il tuo nome su un computer e davanti a sconosciuti che per sua sfortuna ti stimano e quasi quasi ti sono amici, allude al fatto che se sto dove sto è perchè necessariamente sono sceso a compromessi di natura sessuale con qualche mio capo, rigorosamente uomo, ti fermi un attimo e vedi tutto un mondo di doppie strade, bivi, doppie interpretazioni.

Prima di tutto, vorrei capire cosa si può fare per sradicare questa pessima consuetudine per cui se sei in un posto di prestigio e non hai nessuna parentela, nessun santo in paradiso, hai semplicemente un padre che fa il professore universitario in trincea e una madre che vede morire gente ogni giorno e per questo è, se possibile, ancora più in trincea, bè, allora vuol dire che hai succhiato il cazzo a qualcuno
Succede, indubitabile, fin troppo spesso. Ma altrettanto spesso le prove dei misfatti sono evidenti, alla luce del sole o piuttosto in intercettazioni telefoniche insabbiate, in vallettopoli, in rumors diffusi. 
Non in un mister x seduto su una poltrona para-dirigenziale, non si sa nemmeno per quale motivo.

Ancora, vorrei capire come si reagisce a questo genere di bordate. Se l'etichetta mi impone di prenderla a ridere, vista e considerata l'entità della fonte, il contesto in cui la cattiveria è stata pronunciata, il fatto che sia stata seguita da complimenti generici sulla mia persona e sull'impegno.
O se piuttosto devo pensare che per uscire di casa la sera poi devo stare male tutto il giorno dopo al lavoro per il sonno, che ieri sera quel tunnel dell'estramurale sembrava infinito perchè mi girava la testa e ho avuto paura di svenire da un momento all'altro. 
Perchè è impossibile, davvero impossibile, lavorare 40 ore alla settimana e avere anche una vita sociale normale. E la gente non lo sa, non capisce. Giudica.

L'invidia è un sentimento umano con un coefficente di distruttività assolutamente impareggiabile
Non ha alcun senso. 
Se il Darwinismo è una scienza esatta, vorrei capire quale istinto di sopravvivenza protegge.
E' il sentimento umano che ho appreso più tardi. Mi sembrava impossibile da provare. Io tuttora faccio molta fatica a invidiare qualcuno. 

Eppure di motivi ne avrei. 
Potrei invidiare chi non ha bisogno di lavorare.
Chi è andato in ferie.
Chi non ha bisogno di emanciparsi dai genitori.
Chi si alza alle 14.
Chi va a mare in questi giorni.
Chi è innamorato davvero.
Chi non ha bisogno di rinunciare alle ferie autunnali perchè non può sia partire che prendere casa.
Chi è figlio di.
Chi può permettersi il lusso di non fare un cazzo dalla mattina alla sera.
Chi può spendere e spandere.
Chi è protetto.

Potrei, ma non ce la faccio. Io sono felice per queste persone. Non per tutte magari. Ma per chi sta bene, chi non invidia a sua volta, io sono felice.

Ho un grosso problema: non ho voluto ritardare l'appuntamento con me stesso. Con la vita.

Non ho procrastinato l'appuntamento con le scelte. 
Non ho allungato a dismisura il tempo delle decisioni. 
Non ho voluto accettare uno stato di limbo, coccolato dai soldi dei genitori, dalle droghe, dall'alcol, dai cambi di letto, dai cambi di amicizie.

Sono sceso per strada e ho deciso di giocarmela.
Toccherà a tutti
Anche, e sopratutto, a chi ha deciso di spendere le sue energie per invidiarmi piuttosto che per realizzarsi, per darmi una mano, per fare gruppo, per andare oltre l'ostacolo.

Come proseguire? Come vivere da oggi?
Potrei proseguire con 100 pipponi, oggi più che legittimi, sulla grandissima occasione sprecata dall'essere umano medio di questa generazione.
Potrei pensare che, se a 24 anni e non ancora in una posizione di reale potere sono in grado di partorire certe cattiverie, come faremo a 40, quando il potere dovrei davvero averlo fra le mani?

Oppure potrei pensare che le cose non potrebbero andarmi meglio, se qualcuno non sa darsi una spiegazione del fatto che lo stia mettendo nel culo a tutti anche se non l'ho ancora messo nel culo a nessuno.

lunedì, agosto 18, 2008

back to business

Questa mattinata passata così, a lavorare leggero, a ricominciare questa meravigliosa routine (chiamarla tale è solo un tentativo di semplificare), sancisce definitivamente quanto mi faccia cagare l'estate.

Una settimana di vuoto sacrosanta, ma sono già pronto, ero già pronto da giorni, a tornare sulla carrozza.
Una chattata presa bene, uno stato di soddisfazione generale, e gli Assalti Frontali.

Loro, la parte bella dell'estate, la (ri-)scoperta nel tuo Shuffle.




io sto in guerra contro quasi tutti
ma non ho paura di essere in minoranza
mi sento estraneo alle menzogne della maggioranza
non temo il sentimento di allontanamento
sempre in sintonia col zero cinque percento

[..]

Cerca di stare in gruppo
la tranquillità è importante
ma la libertà è tutto

mercoledì, luglio 30, 2008

morali e favole (2) - giovanna la sbirra



This is the one I will try
to be lonely with

This is the one I just know it
This is the one I want to show it

This is the I would die for
to be lonely
to be lonely with

Anything for you
Anything I do seamless

I'll brave the night alone
The darkened sky
Uncertain skies
I'll make it through
It's a wondrous night
Protect me night
I'll make it through

E' l'unica vita che posso fare
che mi piace fare
mi renderà triste per una sera.
Ma non di più.

I'll make it trù.

(ringrazio Shardo per le orecchie)

ps. non ho più scritto a GQ. Semplicemente non ho trovato un solo indirizzo mail tra giornale e sito Internet.
Non so se offendermi a morte per questa chiusura nei confronti della plebe oppure elogiare l'assenza di ipocrisia in un gesto che vuol dire "le vostre lettere non le leggiamo e ci rompono pure un po' il cazzo. Ma almeno noi ve lo diciamo".
Credo propenderò per la seconda interpretazione, anche perchè se scegliessi la prima dovrei smettere di comprare il giornale e non ho voglia di combattere con la dissonanza cognitiva.

martedì, luglio 29, 2008

morali e favole

La lezione di giornata, o meglio, il colpo di fino (o di piccone?) nella (ri-)costruzione di un'identità è la seguente.

I miei obiettivi li ho sempre realizzati quando potevo farlo da solo.
Non intendo completamente solo, sarei arrogante più di quanto già non lo sia solitamente e sopratutto sarei ingeneroso con chi, nei vari passaggi cruciali della vita, mi è stato accanto, mi ha sostenuto, mi ha dato la spinta.
Ma è quando ho capito il problema, o fissato l'ambizione, e ho avuto la possibilità e la libertà di costruirmi da solo i mezzi e le pratiche per arrivare dove volevo arrivare.
E' solo quando è successo tutto questo, che sono riuscito.

Quando ho avuto bisogno di altri, che fosse un pari o un superiore, che fosse un ok, la condivisione di un piano o del tempo, quando non richiedevo semplicemente un supporto, quando era proprio bisogno, necessità; bè, là ho fallito, troppo spesso.

Morale: le favole si costruiscono da soli.

Quando sarò obbligato a lavorare in gruppo sarò leale e instancabile. Ma non sarò la locomotiva.

E' un altro cambio di posizione. Piccolo o grande, non è urgente definirlo nè saprei farlo.
E' un cambio. Qualitativo. Importante.

A proposito di posizione, triangolo (1a persona singolare del presente di triangolare). Così come si fa quando ci sono i terremoti. O bisogna individuare le isole deserte. O le stelle polari. Quelle che spesso (non più tardi di stamattina) hanno dato voce ai miei post.

3. Un triangolo di stelle polari.

La differenza fra essere e apparire non esiste più: se tutto, dalla strada al sesso, può in ogni istante essere filmato, qualunque nostro gesto è potenzialmente un gesto per gli altri.
Quindi dev'essere coreografico.
(Mauro Covacich)

Il problema sta all'origine,
nel fatto che rifiutiamo di pensarci come esseri solitari.
(PierFrancesco Favino)

A certi concorrenti non piace fare il giro del circuito in auto
perchè quando vai a 80 all'ora riesci a vedere tutte le cose contro cui puoi sbattere.
(Guy Martin)

Io sono (anche) questo.
Una mappa incomprensibile per molti, probabilmente per gli stessi che dicono

"Dino è superimpegnato",
"non ti ricordo senza birra",
"ma che vai facendo con quello zaino fucsia"
"Leggi GQ? Ah, ti piace guardare le donne nude"

Partendo dal presupposto che sì, mi piace guardare le donne nude, ma non sui giornali, devo qualcosa a questo benedetto GQ, come scrissi qualche tempo fa.

Fino a 3 giorni fa pensavo che scrivere al direttore di un giornale fosse una grande idiozia.
Perchè mai un direttore di una rivista nazionale da migliaia di copie dovrebbe leggere le psichedelie emotive di un suo lettore #xy?

Ma alla fine si può scrivere a un direttore anche per sè stessi.
E io ho un debito col giornale.
E quindi vi saluto, e vado a scrivergli.

Con un bicchiere di coca-cola in mano, non me ne vorrete.

lunedì, luglio 28, 2008

provateci voi

A fare la vita dello studente in ferie
o del lavoratore in ferie

senza essere in ferie.
Troppa carne, troppa birra, troppe risate per un 27 luglio. Davvero troppo iniziare la settimana con queste premesse: tornare alle 2 e alzarsi alle 8.30.
Se sto così mo, come starò venerdì alle 18.30?

(fatemi gastemare ogni tanto, non sto poi così male, alla fine)

giovedì, luglio 10, 2008

in linea con l'assassino

Se prima sta storia mi mandava male, adesso mi manda 100 volte peggio.


La polizia lo ha arrestato alle 10 di ieri sera a Tarragona, a sud di Barcellona. E Victor «el Gordo», l'uomo incriminato formalmente per la morte di Federica Squarise, ha confessato. È il ragazzo che nella foto «da ricercato», quella che i poliziotti del Mossos d'Esquadra avevano diramato ai corpi di polizia di tutta la Spagna, ha le mani lungo i fianchi e l'aspetto di uno che non sembra felice di essere fotografato. Forse perché quell'immagine è del giorno in cui gli agenti lo hanno sentito come uno dei tanti amici dell'ultima notte di Federica. È uno scatto successivo alla morte della ragazza italiana. Victor Diaz Silva, 29 anni fra pochi giorni, ha l'espressione di chi non dorme da un po'.

Eppure quel giorno Victor non è nemmeno un sospettato. Racconta la sua versione e torna a casa. «Federica — dice — l'ho lasciata fuori dal locale Yates, lei andava in albergo e io per i fatti miei. Non so che fine abbia fatto». La sua ricostruzione, però, non corrisponde perfettamente con quello che gli investigatori hanno visto nei filmati di varie telecamere. Così, dopo due o tre giorni, Victor viene riascoltato. Tergiversa di nuovo. Gli uomini del Mossos sono sempre più insospettiti ma decidono di lasciarlo andare, per verificare con chi si incontra, con chi parla. E a distanza tengono sotto controllo gli spostamenti del «Gordo». Sorvegliano il quartiere El Molino di Lloret, dove l'uruguaiano vive con la donna che tutti credono sua moglie e che invece è la sua compagna, madre di un bambino avuto dal precedente marito. Ma, soprattutto, seguono le tracce lasciate dal suo telefonino. Sabato mattina, per la prima volta, il segnale del cellulare non arriva da Lloret de Mar ma da Tarragona, lontana circa 200 chilometri.

La sorveglianza diventa più serrata. Lunedì viene trovato il cadavere di Federica. Poche ore dopo, il nome e la fotografia di Victor vengono diramati a ogni posto di polizia del Paese: «Arresto immediato come presunto omicida ». Intanto nei laboratori vengono utilizzati i campioni di Dna prelevati al «Gordo». E forse da lì è arrivata un'indicazione decisiva per l'arresto. Ieri sera un passante ha riconosciuto Victor per strada dalle foto mostrate in televisione. L'ha preso la polizia locale di Tarragona. «El Gordo» non ha fatto resistenza. Insomma, le indagini non si erano mai fermate. «C'è una pista che potrebbe condurre a localizzare l'assassino in tempi relativamente brevi» diceva una nota ufficiale della Farnesina nei giorni scorsi. «I colleghi catalani stanno lavorando bene » aggiungeva dall'Italia il capo della polizia Antonio Manganelli. Ma per fare chiarezza e rassicurare la famiglia di Federica c'era voluto, ieri pomeriggio, un vertice al consolato generale d'Italia a Barcellona — con il console Roberto Natali, il capo della polizia catalana Josep Milan, i fratelli di Federica, Roberta e Mattia, e uno dei legali della famiglia, Aldo Pardo.

L'incontro aveva stemperato le polemiche nate sul modo di condurre le ricerche e sulla presunta irreperibilità di Victor. «Se lo sono fatti scappare» aveva commentato l'avvocato Pardo, prima del meeting al consolato. E il suo collega Squarise: «Mi domando come sia stato possibile... ditemi se questa polizia spagnola ha lavorato bene...». Nelle ore successive i toni si sono ammorbiditi: «Abbiamo sollecitato la restituzione della salma, stanno lavorando, c'è collaborazione » ha detto Pardo. All'Istituto di medicina legale di Girona intanto dicono che la morte di Federica sarebbe avvenuta quasi sicuramente per asfissia. Sull'ipotesi della violenza sessuale, invece, non è stato possibile stabilire nulla con certezza per via del pessimo stato in cui è stato ritrovato il cadavere. Non è detto che i prossimi esami chiariscano questo dettaglio. «Su questo punto — dice Pardo — nessuno per ora può stabilire nulla».

corriere.it

Immagino che questa vicenda terribile rievochi gli spettri della pena di morte in Italia, anche perchè le dichiarazioni del padre di Federica a tal proposito sono state chiare.
Comprensibile lo stato di pressione emotiva del papà, speriamo che la nostra opinione pubblica non rincoglionisca.
E che auguri a questo pezzo di merda, e a tutti i pezzi di merda della siffatta specie, una bella cella d'isolamento 2 metri per 2. A vita.
Se proprio vogliono compagnia, li mettessero tutti insieme in una cella (non troppo) più grande, sempre ergastolo, sempre isolamento.

E se decidono di litigare e prendersi per la collottola, da professionisti dell'asfissia quali sono, si scialassero.

martedì, luglio 08, 2008

morire a lloret


Questa storia di Federica mi ha lasciato pensare, e molto.
Purtroppo si era capito quasi subito che era andata a finire male. L'ultima volta era stata vista alle 6 di mattina in giro sull'avenida.
Poi è venuto fuori che la stessa sera una tipa era volata dal balcone dello stesso albergo.
2 giorni prima un suicidio, sempre a Lloret, una di quei 4 o 5 posti "mitici" per le vacanze estive mare+eccessi.

Mi son ritrovato stranito, quasi arrabbiato, nei confronti di chi se la gioca così la vita, delle cagnare che si possono trovare andando là.
Come se non fossi un ragazzo, come se fossi diventato un padre, un adulto, un moralista.

Non penso di essere mai stato un moralista o di essere mai stato per la limitazione delle libertà individuale. Ed è per questo che mi sono chiesto perchè ho reagito così, quasi prendendomela con la tipa più che con il suo carnefice.

Ho idee sulla droga che definirei libertarie. Favorevole alle leggere, favorevole alle red zone stile Christiania (http://it.wikipedia.org/wiki/Christiania).
Per la serie: se non rompi il cazzo al prossimo, sei libero di autodistruggerti.

Ma boh, sta storia di Federica, morta a 21 anni a Lloret, che apre foschi scenari sull'essere genitori e pensare che i tuoi figli vanno in giro e chissà che cazzo fanno, mi ha fatto interrogare sulla mia posizione nei confronti dei 21enni (come se io fossi di un'altra generazione...), degli ammassi di gente che si skhatta.
Del resto sono il primo che, pur non sforando in eccessi particolari, ho fatto cose che mi avrebbero potuto tranquillamente portare in carcere, se solo l'etilometro fosse una procedura un po' più sistematica.
E chissà cosa penserebbe mammà.


La morte di Federica non è tanto la morte della nostra generazione, perchè noi in vacanza ci andremo comunque, ci distruggeremo, ci drogheremo, scoperemo. Figuriamoci se ci fermiamo, forse non è nemmeno giusto.

E' la nascita dell'angoscia dei nostri genitori che devono ondeggiare tra il (non) dare le libertà e il cagarsi sotto per le conseguenze di tali libertà.

Non riuscirei a trovare un modo migliore per esprimere la mia posizione e l'osservazione su questo mondo, che non ho mai ripudiato ma che non mi ha mai fatto impazzire, che non sia questo articolo del Corriere.

Joseph è appollaiato sul gradino più alto davanti al Tropics, discoteca fra le più gettonate sull'avenida che porta dritta al mare. «T-shirt party tonight » promette un tabellone rosso sopra l'ingresso, accanto a una enorme statua della libertà color verde bottiglia. Ma Joseph, 21 anni, non ha tempo per i party. Osserva il fiume incessante di gente che scorre lungo il marciapiede. E' qui per lavorare, lui: tre mesi di contratto per fare da papà a ragazzetti di quattro-cinque anni più giovani.

Loro entrano a ballare, si sfiniscono al ritmo di disco-dance, spesso alzano il gomito, qualche volta escono che non stanno in piedi. E vai a capire, poi, se hanno buttato giù pasticche, se hanno fumato spinelli, se hanno mescolato droghe con alcol... A Joseph di tutto questo importa poco. A lui interessa una sola cosa: riportarli in albergo, al sicuro. Lui è la chiocciola, loro i pulcini.

Per questo lo paga la Ruf Jugendreisen, agenzia turistica tedesca che ogni anno porta in questo angolo di Costa Brava migliaia di ragazzi a caccia di notti da sballo. Il compito di Joseph (come lui tanti, soprattutto dall'Europa del nord) è aspettare che i pulcini si stanchino, tenere fra le mani un cartello con i nomi di chi manca all'appello e spulciare da quel cartello il Franz, l'Erik, l'Andrea di turno man mano che si presentano. «Dovrei stare qui dalle 11 di sera alle quattro del mattino ma spesso i mocciosi tardano e finisce che prima delle cinque non si va a dormire», si lamenta. Sono solo le tre. C'è ancora tempo per stancarsi di stare in piedi.

Al Beach Friends, la caffetteria dove Federica ha passato qualche ora della sera in cui è scomparsa, Manuel tira giù la serranda, «qui chiudiamo presto» annuncia, mentre pochi metri più in là, Nash, marocchino, è impegnato a spiegare ai passanti quanto è bella, trendy, anzi fantastica la discoteca che lo paga per fare il pr, Gala.

Anche Federica è passata più e più volte davanti al Gala, proprio all'uscita del suo Hotel, il Flamingo. Però Nash dice che non l'ha convinta, non è entrata, «lei e la sua amica andavano al Tropics oppure allo Yates». Sembra di vederla, Federica, allegra e spensierata come migliaia di ragazzi che ora (e sono quasi le quattro) passeggiano senza meta con la birra in una mano e la sigaretta nell'altra. La puoi immaginare in mezzo a questa bolgia notturna che si muove in un raggio di cinquecento metri quadrati. Avanti e indietro a farsi un drink in un locale, poi in un altro. Avanti e indietro a spostare la notte un po' più in là, finché le gambe reggono. Davanti allo Yates, musica hard-rock, fra i locali preferiti di Federica, una ragazzina bionda barcolla. La forza che le è rimasta basta appena per reggere un bicchiere di Vodka. «Perché non torniamo a casa?», chiede l'amica più sobria. «Perché la mia casa è qui», risponde lei. E si siede per terra, sotto la faccia sorridente di Federica riprodotta in centinaia di manifesti appiccicati ovunque. Qualcuno si ferma a guardarla, a leggere l'appello, «ragazza scomparsa, se la vedete chiamate la polizia». Tutti, nel sabato notte di Lloret, sanno dell'italiana che non si trova più. C'è chi, scatta fotografie accanto a quei manifesti: «Così posso dire che io c'ero».

La folla si disperde, ma solo un po', quando comincia ad albeggiare. Restano gli irriducibili della notte. I più barcollano. L'americano Dennis, da Miami, è ubriaco fradicio e abbraccia una palma. Alza gli occhi e vede la foto di Federica: «E questa chi è? Ah, già. L'italiana desaparecida. Ciao italiana ». E, finalmente, va a dormire.

Ciao Federica.
Speriamo che almeno becchino il pezzo di merda.

sabato, luglio 05, 2008

la perdita dell'innocenza

Come 7 giorni fa mi ritrovo a casa, birra e insalata di riso, in un sabato sera d'estate.
Fuori c'è di tutto.

L'inaugurazione del Mavù, alla quale logica vorrebbe che io presenziassi.
Festa erasmus al Copacabana, che, anche se poco poco, abbiamo contribuito a organizzare.
Concerto degli Assalti Frontali alle macerie di Molfetta.
Volendo, anche Coccoluto al Bylla's.

Rispetto a 7 giorni fa è però tutto diverso.
Se sabato scorso non potevo uscire, oggi non voglio uscire.
In fondo lo si può interpretare come uno di quelli che io definisco "segnali deboli", quelli che da soli non possono bastare a dire cose che le cose siano cambiate, ma che, se letti correttamente, ti aiutano a cogliere quel cambiamento. Ad anticiparlo, a prepararti.

Per me i segnali deboli sono tutto.
Mi sono reso conto che la mia ultima relazione stabile stava conoscendo una stagione declinante da un segnale debole.
Dopo 2 anni e mezzo in cui il mio faccione compariva sul di lei avatar, sparii.
Non ci sono più tornato.

I segnali deboli, se si è in grado di leggerli, preludono alla plasticità delle cose che succedono. Ai segnali forti, a ciò che è ben visibile.

Che vuol dire questo sabato a casa?

Prima di tutto, che è stata una settimana pazzesca.
Ho finito il master, completando (sulla carta) la mia carriera da studente prendendo tutti i titoli che si potevano prendere.
Ho dovuto fare strazzate in Ateneo per il mio progetto di ricerca che mi scade sabato prossimo (arriverà un'altra settimana bella piena), 3 giorni fulltime a tirar fuori dati su dati.

E poi...
e poi ho accettato un'incarico da Proforma. Mi hanno creato una nuova posizione organizzativa. Il 14 luglio inizio, le ferie non esistono, l'orgoglio è massimo. La gioia anche.
Ho detto sì subito.
Un sì che prepara una serie corposa di no.

Queste due componenti mi hanno fatto tornare il sonno.
Ho sonno! Mi addormento in 1 minuto, dormo profondamente.
Una cosa è essere stanchi, una cosa è avere sonno. E se non hai sonno sei sempre stanco. E questo sonno mi riporterà in ordine.

E proprio mentre ritrovavo il sonno, il gusto di dormire prima di fare il supergiovane e gettarmi di qua e di là, ho scoperto dove mi stava portando la stanchezza.
Mi stava portando ad avere stanchezza delle persone, a perdere la propositività, a non voler fare mai niente di complicato. Ero, anzi, sono stanco di uscire la sera.
Voglio farmela a casa, voglio fare l'eremita, voglio uscire solo quando mi va. Senza caricarmi di responsabilità o colpe se non ce la faccio, se la mia assenza comporta che tutti restano a casa.
Gli altri non si preoccupano, perchè dovrei io?

E qui si apre un'altro scenario.

Le ultime due sere sono state paradigmatiche.
Cotto, ho tentato di uscire comunque, entrambe le sere.
Avantieri ci sono riuscito, ma la mia principale motivazione era salutare tutta una serie di persone che non vedevo da tempo "perchè sei superimpegnato".
Bidone 1, bidone 2.
E dire che mi sono pure sentito in colpa dopo la storia dell'uomo che non ha mai tempo, che ascolto all'infinito da mesi.
La serata è stata comunque molto gradevole, così gradevole che sono andato a dormire alle 3.
Alle 8 ero già in piedi, ho lavorato fino alle 17 in Ateneo. Poi sono andato impazzendo per comprare un po' di tecnologia nuova. Appena ho visto 2 ore libere mi ci son tuffato.
Nel frattempo ho provato ad organizzare la serata, trascinando da solo per 500 metri una stampante da 25 kili col cartone che si sfasciava.
E ci sono riuscito!
Così bene da non trovarmi il passaggio.
Così bene che se non prendo la macchina non esco.
Un altro paio di bidoni, e a quel punto sò rimasto a casa.

Morale della favola: questa storia di me superimpegnato ha rotto il cazzo.
E' una gran montatura.
E' questo paradosso che va sconfitto.
Se ti dai a tutti e poi decidi di essere elitario sei stronzo.
Se invece fai l'eremita, in quell'occasione in cui ti concedi tutti ti baciano i piedi. E io, purtroppo, ho sbagliato approccio.

Mi sto a casa. Sto con me.
Riposo, ricarico, dò il giusto peso alle cose. E non mi incazzo se prendo bidoni.
E torno a voler organizzare, progettare.

I progetti. (e qui chiudo, promesso)
La perdita dell'innocenza è tutto quello che vi ho raccontato, è lo smettere di essere ingenui ed incolparsi senza motivo.
Per forza, devo fare così per forza.

Ma è anche la lucida consapevolezza di aver capito perchè alcuni nostri progetti non sono decollati.

Parlo della radio.
Abbiamo discusso tutti insieme, e abbiamo deciso di uscire i coglioni.

Bari è una citta tristemente resistente al cambiamento, ed è ben più grave se ciò è testimoniato dagli atteggiamenti si chi definisce alternativo, differente, progressista.
Pischelli ok, umili ok, inesperti ok. Ma abbiamo deciso di ripartire. Di non far finta di non aver capito le logiche opportunistiche in cui siamo finiti.
Vedremo.

Per ora mi finisco la birra grande e poi mi faccio un altro dormitone.
Mi compro la ps3, mi installo football manager e me ne sto beatamente per i cazzi miei. Poi vediamo se le cose continuano ad andare al contrario.

Quest'estate promette benissimo.