
Le lacrime affogano le parole. Appena l'ace di Benjamin Becker, il 27º, alla fine del 4º set (7-5, 6-7, 6-4, 7-5) lo ha traslocato dalla cronaca alla storia del tennis, Agassi è scoppiato in un pianto dirotto. Il pianto del bambino che Andre, forzato del tennis dall'età di 4 anni, non ha mai potuto essere. E con la voce frantumata, in uno stadio fradicio di commozione, interrompendo un applauso infinito Agassi ha recitato le sue ultime battute da istrione: «Sul quel tabellone c'è scritto che oggi ho perso, ma non c'è scritto quello che ho trovato nel tennis negli ultimi 21 anni. Ho trovato lealtà, generosità, e siete stati voi a darmi la forza per uscire dai momenti bui. E' una cosa che non dimenticherò per tutta la vita». E giù lacrime. Anche nello spogliatoio si sono alzati tutti per battergli le mani. «Non c'è onore più grande di quello che ti regala chi deve superarti sul campo. Ma l'affetto dei fan è il ricordo più bello. Ogni persona seduta là fuori ha una vita e una storia, che decide di dividere con te. Questo non smetterà mai di stupirmi».
La pioggia filtra i ricordi. «Rain delay, Agassi all the day!», urlava silenzioso lo schermo durante il sabato più piovoso degli Us Open. Agassi tutto il giorno, in un infinito replay. Anzi: gli Agassi. Agassi con la criniera bionda. Agassi con la bandana da pirata. Agassi calvo, monocromo e sapienziale. Anche la Navratilova si ritirerà a fine torneo, ma è un neutrino, nessuno le bada. Gli Us Open fino a ieri erano «Andre's House», la casa di Andre, come urlavano i cartelloni dei tifosi. James Blake, che l'anno scorso ci perse contro un memorabile quarto di finale, ha voluto rendergli omaggio facendosi cucire dalla Nike la vecchia maglietta con i rettangoli rosa e lo scarabocchio nero e arancio, datata 1990. Il vintage di Agassi è, ancora, il presente di molti. I suoi avversari sono, ancora, i suoi fans. Suo ancora è questo regno profano chiamato tennis, nel lungo, sospeso momento dell'addio.
Il New York Times tre giorni fa si era lamentato con piombo nerissimo per gli sprofondi nazionali negli sport di squadra. Umiliati nel basket ai Mondiali, dalla Finlandia nell'hockey su ghiaccio, esclusi dalle Olimpiadi nel baseball. Senza medaglie, con un solo poster da appendersi nell'orgoglio: «Nell'arena globale, nella quale i confini sono ormai caduti come gli yankee nel tennis, l'America può contare su Agassi». Perché Agassi ha insegnato che si può rinascere dalle sconfitte. Più di una volta. Connors, McEnroe, Sampras invecchiando non sono cambiati. Agassi no. Agassi è stato il melting pot di se stesso, lo specchio delle storie più amate da questo Paese. Figlio di emigranti, prodigio perduto e recuperato, dissipatore e benefattore. «The Natural», il predestinato, come l'eroe tragico di Bernard Malamud, e insieme Lazzaro new-age, resuscitato dall'abisso, tutto fitness e famiglia. L'ultima incarnazione del Buddha dei ground è stato Agassi-Toradol, il campione farmaceutico, che ogni settimana si piantava un ago lungo dieci centimetri nell'anca, usando il cortisone come silicone per tenere insieme cartillagini sdrucite. E' stato il Giovane Ribelle - l'ultimo vero Giovane del tennis, prima di Nadal - è riuscito a diventare il Grande Vecchio.
Contro Baghdatis, in una notte propizia e fresca, aveva corso come una lepre. Contro Benjamin Becker, nel sole ritrovato di ieri, camminava "stiff", rigido, saltabeccando su gambette ormai lignee, manovrando la Fama come stampella. Per un giorno e mezzo era rimasto sdraiato in albergo a riposare, a mettere solvente nelle giunture ingrommate. Ma stavolta non è bastato. "Benni" Becker è tedesco come il grande Boris, ma non gli è parente.
Nato 25 anni fa a Orscholz, nel sud-ovest della Germania, ha iniziato a giocare a tennis a 7 anni, entusiasmato dalle imprese dell'Omonimo. «E dentro di me, da piccolo - ha confessato - fingevo di essere Boris o Agassi». E' diventato tennista in un college del Texas, a Waco. L'anno scorso era n. 1400 del ranking, oggi è 112. Serve bene, attacca da fondo. Come tutti i mille nipotini di Agassi, con meno fantasia dell'unico vero Agassi. Prima di ieri Benjamin Becker aveva giocato 4 partite nello Slam, Agassi 276. La 277ª è stata l'ultima. Come sarà la vita dopo il tennis, Andre? «Domani non lo so, ma oggi sono sereno. L'unico problema sarà spiegare ai miei figli perché ho pianto tanto… Volevo lasciare il tennis migliore di come l'avevo trovato, forse ci sono riuscito. Ci sono molti giovani talenti che sbocciano e ci dicono che la vita è un circolo senza fine. Il tennis è solo un veicolo, dire addio a tutto questo è stato un male necessario, ma è stato bello farlo così, tutti assieme. Fino a oggi per me ogni gioia ha avuto il suo prezzo. Quando ero in un posto pensavo a dove sarei stato dopo. Ora finalmente vivrò dove mi trovo, potrò fare quello che voglio. Piuttosto, a voi giornalisti mancherò davvero così tanto o state solo facendo finta?». Buon viaggio nel presente, campione. Andre Agassi esce dal campo in lacrime dopo la sconfitta contro Becker che sigla il suo ritiro dal tennis giocato.
1 commento:
le lacrime di uno sportivo rimangono le più belle
commovente è dir poco.
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