mercoledì, settembre 20, 2006

risiko 2 - palloni magiari

Lo scontento per le riforme economiche del governo e un nastro con un discorso “esplosivo” del premier Ferenc Gyurcsany, misteriosamente finito in mano ai media, sono all’origine dei più gravi disordini avvenuti in Ungheria dal 1989.
Le violenze sono avvenute a pochi giorni dalle elezioni amministrative e dello storico anniversario della rivolta del ’56 contro l’invasore sovietico. Il primo ministro le ha raccontate così: è stata “la notte più lunga e nera” da quando 17 anni fa in Ungheria cadde il comunismo.
La protesta, degenerata lunedì notte a Budapest in gravi incidenti con l’assalto al palazzo della televisione di Stato, scontri, saccheggi e decine di feriti, è scoppiata dopo la divulgazione della registrazione di un discorso tenuto dal premier socialista nel maggio scorso, un mese dopo la sua riconferma alle elezioni politiche di aprile. “Non abbiamo fatto altro che mentire dalla mattina alla sera” al solo scopo di vincere le elezioni, il risultato dell’opera di governo nella passata legislatura è stato pessimo, siamo solo riusciti a restare al potere: questo il tenore del discorso di Gyurcsany, infarcito peraltro di parolacce e pubblicato or-mai testualmente.
Sul perché il discorso, a due settimane dal voto per le amministrative del primo ottobre, sia stato fatto filtrare ai media circolano le tesi più svariate: un nemico interno di partito del premier, forse un veterano nemico delle riforme, oppure addirittura lo stesso Gyurcsany nel tentativo di spuntare le armi all’opposizione guidata da Viktor Orban: il leader del partito conservatore Fidesz, che in campagna elettorale ha accusato il governo di aver mentito agli elettori e di essere pertanto delegittimato.
Nei luoghi dei disordini – piazza Kossuth di fronte al Parlamento e piazza Szabadsag, dove si trovano la sede della televisione pubblica nonché l’ambasciata americana – la situazione ieri in serata era tranquilla. Circa un migliaio di persone, costantemente in aumento, erano radunate davanti al Parlamento con striscioni, musica, discorsi di oratori su un palco e bandiere nazionali con un simbolico buco al centro: simili a quelle sventolate durante la rivolta del ’56, dalle quali erano stati strappati i sim-boli comunisti. Ma l’elemento cruciale è oggi lo scontento per la situazione economica, la delusione verso il potere. Negli incidenti di lunedì sera, con diverse migliaia di dimostranti, auto incendiate, saccheggi e atti di vandalismo, circa 150 persone sono rimaste ferite. La polizia, inizialmente impreparata a sedare una protesta di quelle di-mensioni, era schierata ieri in forze.
Il premier ha comunque escluso di dimettersi ribadendo che intende restare al suo posto e portare avanti le necessarie riforme economiche.

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