lunedì, ottobre 06, 2008

come sta la blogosfera?

Questo, siete liberi di non crederci, è un documento aziendale.
E' un report.
Potrebbe essere un post del mio blog.
E infatti lo sta diventando.
E' ciò che penso del posto dove scrivo. Meta-analisi.
E' scritto con il mio linguaggio, non ho dovuto cambiare registro. Sono stato io.
Ve lo assicuro, non dover recitare la parte di nessuno mentre si fa il proprio mestiere è uno dei privilegi più grandi nella vita di una persona.
Proforma non sa che io lo sto pubblicando. E non lo sa per semplice mio imbarazzo. Non ci sono informazioni riservate, anche perchè non c'è niente di riservato nell'atteggiamento di un'agenzia che prende un tipo per studiare come funziona Internet.

E non c'è niente di riservato in ciò che ho scritto.
Che è ciò che penso.
Che è già noto a chi mi conosce.


La blogosfera sta così così. Perso (per fortuna) lo spontaneismo iniziale, diluita la portata esplicativa dell’equazione con cui la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica etichettava il fenomeno, ovvero: “chi ha un blog parla dei fatti suoi”, siamo giunti alla maturità dello strumento blog.
Ovvero, la consolidata tendenza all’utilizzo professionale di questo potentissimo strumento di comunicazione.
A tutti i livelli: chiunque può avere applicazioni extra, può avere un blog personale su un sito internet con dominio dedicato, può costruire, definire, delimitare il suo mondo di riferimento attraverso link, barre di blog suggeriti, sondaggi, tag in bella mostra, chat online.


La professionalizzazione però ha anche (sempre di più) facce non naif: il blog è diventato uno strumento di lavoro. Sia per chi fa tutt’altro nella vita (i giornalisti e gli opinion leader su tutti), sia per i markettari.
Questa è una categoria a cui possiamo tranquillamente riservare legnate. Chi pensa di usare i blog con le stesse modalità con cui ha utilizzato sino ad ora i comunicati stampa o le ricerche di mercato, non ha capito niente.


Provando a riassumere velocemente lo scenario che mi si è schiuso davanti agli occhi al Blogfest, ho visto due mondi paralleli, entrambi ben popolati, che non si parlano.

Da una parte il mondo dei bloggers di professione: aria vagamente da nerd, smanettoni, dotati di una grandissima dose di ironia (se non di sarcasmo) che probabilmente non riuscirebbero a sfoggiare nella vita vera. Verbosi anche più di me, attentissimi lettori e commentatori degli altrui bloggers, che non si sentono vivi senza un account in tutti i principali social network.

Dall’altra parte c’è il mondo del marketing, composto da distinti in signori in giacca e cravatta, che magari schifano i nerd o stagisti che scrivono report in bermuda con 15 gradi fuori, che avranno studiato qualche libro e avranno pensato che certe operazioni si riproducono a tavolino.
Personaggi che si son convinti che basta dire che l’azienda è vicina al cliente perché il cliente abbocchi. Che non aprirebbero un blog personale nemmeno sotto tortura. Che linkano solo ad altri contenuti aziendali. Che non pubblicano elementi nuovi. Che citano solo parole di elogio da parte degli altri, ignorando le critiche. Che non parlano con gli utenti. E che, non essendo essi stessi bloggers ignorano che molti dei loro lettori sono proprio i bloggers, magari quelli dell’altro mondo, quelli che non credono a ciò che leggono a prescindere.


Quelli dell’altro mondo, dal canto loro, rimangono e rimarranno nerd, perché non hanno ancora capito che sono dei consulenti potentissimi, opinion maker capaci di distruggere la reputazione di un’azienda o, al contrario, di far diventare Lily Allen una cantante pop. Non si vendono, e schifano l’idea. Anche se “vendersi” vuol dire semplicemente lavorare per qualcosa in cui si crede, mettendoci la faccia. Anche se fosse etica. Scrivono per leggersi, non scrivono per produrre conoscenza. O almeno, non scrivono con quelle intenzioni.

In mezzo c’è un mare. In mezzo ci dobbiamo essere noi. Noi che siamo sia blogger che markettari. Anzi, siamo più blogger che markettari. Noi sappiamo che la gente la seduci con la verità, non abbiamo paura dei commenti, di qualsiasi natura essi siano. Sappiamo come si vende un’idea. Sappiamo vendere un’idea senza prendere in giro nessuno. E probabilmente non sapremmo vendere cose che non compreremmo.

La blogosfera non sta benissimo. Ha risorse enormi, spaventose. I bloggers potrebbero distruggere il marketing così come lo pensiamo. Potrebbero dare botte significative a tutte le corporation. Potrebbero rimettere al centro il cliente. Le due parti della blogosfera, però, non dialogano, perché non si conoscono. Non conoscono le reciproche potenzialità. Hanno bisogno di una mediazione. Chi meglio di noi.

Il BlogFest è stata un’esperienza straniante, perché la prima cosa che ho percepito è stata proprio questa scissione. E non ho avuto nessuna controprova nel corso delle giornate. Se l’anno prossimo non ci saranno grosse variazioni non varrà la pena di tornarci, ma esserci stato è stato una manna.
Perché, ancora una volta, ho capito che un’agenzia che decide di scommettere sui social media ha un vantaggio competitivo gigantesco. In Italia più che mai.

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