martedì, settembre 30, 2008

casino royale

Ho freddo.
E se è vero che questa è una condizione fisica prima di tutto, non posso non pensare che forse la sensazione sia acuita da qualche effetto placebo al contrario.
Sono giorni difficili, così come non lo erano da mesi.
La coincidenza ha portato il mio shuffle sui Casino Royale ed è proprio questa l'etichetta linguistica che mi sembra buona per spiegare la mia condizione temporanea (speriamo temporanea, và). Un casino, reale.



Di certo la sopra qualcuno ti ama
ma oggi non è in casa
respiri la voce che ancora ti chiama,
ma ora si allontana
Io potenziale serial killer, di una probabile famiglia, non ho il coraggio che è richiesto, non abbastanza grande adesso.
Passo dopo passo
passo sopra
cammino sulla fune
senza protezione.

Si mente la mente
per dire per sempre
per sempre rimane
soltanto un istante
l'istante il cui seme
si mescola al sangue
ci cambia le impronte
ci mette di fronte.

In questi giorni devo sorridere con più sforzo. Si deve sorridere, è un momento straordinario. Ma si fa più fatica. Si fa tanta fatica. Sono giorni diversi, ma tutti equiparati dalla parola casino. Una parola declinabile in più accezioni.

E' un casino quello che vedo davanti a me, quello che mi porterà in un treno per Roma per una riunione che sembrerebbe essere decisiva e che potrebbe essere, come sempre, molto meno decisiva di quello che promette.
Potrei conoscere Veltroni, mi basterà Gentiloni, un Vedrucci. Qualcuno, a cui metaforicamente dare uno schiaffo, per quanto un pischello possa mai avere la pretesa di poter dare schiaffi.
Erano le 17 e io ancora non sapevo nulla. Sono arrivato a casa alle 20 e ho dovuto dire a mammà una roba di questo tipo:

"mamma, domani vado a Roma, forse vedo Veltroni"

Se me l'avesse detto mio figlio, con quel tono e quella tempistica, io l'avrei preso per un cretino.
E' tutto vero, domani in treno, senza portatile. Studierò. Penserò.

Vedrò il paesaggio passare ricorsivamente, sempre uguale.
Poco mare sulla Bari-Roma, tanta Irpinia, tanta desolazione.
Vedrò il paesaggio scorrere, e cambiare. Inesorabilmente.

Questi giorni mi hanno rivisto immerso in un vecchia zona oscura delle mie costruzioni, che chiede di essere eliminata al più presto.
Certo, non lo fa esplicitamente. Anzi, il pallino chiederebbe anche di proseguire così, "che bello, non me l'aspettavo".

Ma in 28 ore ho visto due cose e tanto potrebbe bastare.

La banalizzazione di sè stessi, del corpo, della donna. Il casino, nel peggiore delle accezioni possibili. Quella da vocabolario.
Ho sempre pensato che le donne fossero nettamente superiori agli uomini.
Non ho mai capito perchè spesso, piuttosto che giocarsela alla pari, accettano di farsi mercificare. Accettano un sistema di segni, di valori, di scappatoie. Poi è chiaro che la società è maschilista. La donna non lotta, la donna aggira.

In extrema ratio ci sono i pompini.

La banalizzazione sta anche nel nascondersi del nel solito clichè della superficialità.
Sò tutti superficiali. Uomini e donne. Nessuno ha tempo per pensare agli altri quando si fa ciò che si vuole.
E tutti pensano che l'autoanalisi giustifichi. Sò superficiale, scusa.

No, basta. Io non ce la faccio più.

E purtroppo, a coronamento, ho letto tra le righe dove forse non c'era da leggere. E buh, voglio leggere delle cose. Secondo me stavolta è giusto leggere.

Ho da tempo deciso di mettere il rispetto dell'altro davanti a tutto, davanti anche a me stesso. Ho un paio di valori indistruttibili, sugli altri negozio. (no, i compromessi sono un'altra cosa)
Quello che mi aspetto è una prova, quando tu mi chiedi una prova.



Non guardo nello specchio è tempo ormai, e ho
Paura dentro quello che farei, se so

Io certo sono quello
Anch’io vorrei fermare
E per spingerla sul cuore
sino a fare male

Quello che mi serve è una prova, quando tu mi chiedi una prova
Quello che mi aspetto è una prova, quando tu mi chiedi una prova

Riconosci di non riconoscerti
Io fermo tutto il resto e vedo muoversi

Le teste immerse e i corpi
si continuano a cercare
Il muro freddo dietro
fermo ad ascoltare

E tocca di voltarsi
Per poi non ritornare
E riprendere per mano
quello che rimane

Io non volevo cambiare le regole. Mi tocca di voltarmi. Io non volevo. Non ho scelta.

E così parto per Roma completamente scarico dal punto di vista emotivo. Sempre più stanco e sempre più misantropo.
Ma vado a fare l'animale sociale. E ne ho tantissima voglia.
Sì, è un paradosso, lo so.

Vado a rappresentare un tot di persone, mai dimenticarselo.
Anche se per andare ho dovuto aspettare un insulso balletto tra dirigenti politici.
Anche se per andare ho dovuto rinunciare al viaggio in aereo, andrò a dormire nell'ennesima casa romana, di una città che non mi appartiene più, a cui domani sera dò un'altra possibilità perchè ho avuto fortuna.
La fortuna di incrociare le rotte di una persona positiva, che domani mi ospita.
Così, per caso. A culo. Come succede per tutte le cose belle.

Devo dormire stanotte, domani devo essere un leone.

Devo essere io, il PD, Proforma ed Emiliano contemporaneamente.
Pressione 0, ma devo essere lucido.
Devo dormire, per questo scrivo.

Se pensassi a tutto ciò che mi sto mettendo sulle spalle il sonno mi passerebbe. Così come non ci sarebbe niente di male se mi "concedessi" una notte insonne per fare il punto sulle cose che non vanno, che l'attualità ti impone di guardare. Negli occhi.
Ma non voglio, non è giusto. Sarebbe sputare sul momento splendido, che non può essere offuscato da giornate dure, di ristrutturazione forzata.
Molto più difficile fare gli scatoloni quando non si ha voglia.
Molto più difficile partire in fretta e furia. Ma ce la faremo.

Se pensassi a tutto ciò che ogni giorno mi succede, mi sentirei in un casinò.
Gioco tutto al casinò royale. Altro che scelte calcolate.





La tattica l’hai scelta ma è la sorte che ti sceglie
Rosso e nero vince sul tappeto verde
Vince l’altro perde e prende il posto di quell’uno
dopo un tot di mani sono scomparsi uno ad uno…
Gioco tutto al Casino Royale
I bet again on Royale Sound
Ed è la sorte che si accetta, vivendo ciò che sarà
Ed è la sorte che si afferra, sfruttando quello che da, ti da
Ed è la sorte che si sfida cercando il suono che vuoi, che sei
Ed è la sorte che ti sfida, gioca le carte che hai, ora

Le carte sono tante. Può capitare la mano sbagliata.
Il dealer mi ha servito ancora, ho un buon inizio.
Guardate cosa mi hanno scritto su Facebook mentre partorivo sto messaggione:

"Ciao Dino, so che non ci conosciamo ma alla fine siam amici, ed è un piacere esserlo di te perche hai un modo di scrivere che fa sbigattare dalle risate :-) continua cosi, ciao marco"

Sì Marco, continuo così.
Ho freddo, ma già un po' meno. Ho carte buone, ma mai blindate. Unico trucco nei momenti duri: proteggermi da ciò che voglio, dalla ricerca del punto a tutti i costi.



siamo disposti forse a rinunciare a ciò che noi vogliamo
per ottenere tutto ciò che non vogliamo perdere


Io sì.
Fanculo.
Io non cambio.

il miglior post dell'anno



http://zoro.blog.excite.it/permalink/508021

Il vincitore del BlogFest 2008.
Ne devo mangiare di pane duro per raggiungere sti livelli.

lunedì, settembre 29, 2008

elusive

don josè

"Lele, me la vedo io"

domenica, settembre 28, 2008

ma tu di preciso cosa fai?

E' la domanda più ricorrente di questo periodo.
Per molti non faccio niente, perdo tempo.
"Stare su Facebook non è lavoro"

Io non so se me lo dicono perchè lo pensano o perchè vorrebbero stare al posto mio, fatto sta che oramai questa sul cosa faccio di preciso sta aggiungendosi ai vari clichè, al "tu che sei psicologo", al "tu che sei superimpegnato", al superbo e all'arrogante.

Secondo un rassicurante schema organizzativo (chi sta negli organigrammi lavora, no?), mi fregio dell'ampolloso titolo (cit.) dei responsabile social media di Proforma.

Tradotto in italiano, studio gli strumenti che il 98% delle persone usa per mettere le foto con la tetta in vista, per fare i quiz su che personaggio dei cartoni animati è, per fare carte con le femmine, per condividere la musica e i contenuti.
Studio proprio queste dinamiche cazzeggione.

Secondo un libro di James Surowiecki, The Wisdom of Crowds (http://www.fusiorari.it/surowiecki.htm), questi giganteschi ammassi di persone che si limitano a vivere, a condividere, a cazzeggiare, a scegliere, producono conoscenza di qualità nettamente superiore rispetto al migliore degli analisti su una specifica attività.

A quelli che "ma Facebook a cosa serve?" "I blog a cosa servono?"; quasi quasi "Internet a cosa serve?", e a tutti quelli che invece utilizzano già un po' di più questi strumenti: comprate quel libro.

Non mi limito a studiare gli strumenti, li utilizzo pure. O consiglio l'utilizzo (o anche di disertare).
Gradualmente, non per decreto. Le persone, le aziende, i contesti che utilizzano questi strumenti per fini non cazzeggioni devono sentire queste cose, devono correre i rischi connessi, non lo devono far per moda, "perchè tutti hanno un blog", altrimenti è un disastro.


Sì, non faccio niente dalla mattina alla sera.
A parte studiare da che lato sta andando il mondo.
Per poi ritrovarmi il sabato notte, birra in mano, a discutere seriamente di campagne elettorali, prediction markets e ad altri inutili orpelli della nostra società civile.

Ma voi di preciso cosa fate?

Per quale cazzo di motivo arrivo al weekend e vedo attorno a me una tremenda desolazione? Una desolazione (approfitto per ringraziare i miei compagni di serata di ieri, è sempre un piacere, davvero) che non vedo durante la settimana perchè vado così forte che non riesco a fermarmi a guardare il panorama vicino a me (mentre magari guardo a cose ben più distanti, forse è un errore, chissà).

Perchè sono io quello super-impegnato, che non si fa sentire mai, che non è di priscio, etc etc. e poi nel weekend, quando ci sarebbe il tempo e il modo per costruire le cose, le situazioni che richiedete, mi dovete far passare sempre di più il senso di colpa per il fatto che mi rendo sempre più indisponibile dal lunedì al giovedì? Perchè, tanto, mi richiedete ma poi non ci siete.

Perchè mi dovete far pensare che dormire sia la migliore occupazione possibile nel fine settimana?
Forse perchè è vero.

giovedì, settembre 25, 2008

che cazzo ci troveranno poi gli abitanti dell'indonesia...


Questo è il rapporto sulle nazioni che hanno letto il mio blog nell'ultimo mese, oltre ad altre statistiche sparse. Le nazioni colorate in verde hanno almeno una visita (l'Italia ha un verde così intenso perchè la stragrande maggioranza delle visite vengono dallo Stivale)

che poi, ripensandoci

Ieri ho parlato con il titolare di una casa editrice conosciuta a livello nazionale, che dà il nome alla stessa, con uno pseudonimo femminile, e facendo pure il cretino.

lindsay fa outing

Dopo aver investito quattro milioni di euro per il suo nido d'amore, ora Lindsay Lohan ha trovato il coraggio per confessare al mondo la sua passione omosessuale per la dj Samantha Ronson. L'attrice ha dato l'atteso annuncio in diretta radiofonica, uscendo finalmente allo scoperto.


Dopo quel famoso bacio che le due donne si erano scambiate al festival di Cannes lo scorso maggio, la loro relazione è cresciuta notevolmente, grazie anche alla costante attenzione da parte dei principali media che si occupano di gossip. Da allora non si sono mai separate e, come ha spiegato la Lohan, anche in futuro sarà così: "Noi staremo insieme per molto tempo", ha concluso l'attrice.

(yahoo.com
thx to Giannino, dispensatore di cultura pop contro la sua stessa volontà)

mercoledì, settembre 24, 2008

anche la scherma è buona per la propaganda


E dopo la Vezzali che si fa toccare, la Granbassi si mette dall'altra parte.

Tutto chiarito. «Andrà, anche se la decisione spetta a lei». Così il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, risponde ai cronisti - anticipando il via libera del vertice dell'Arma - che gli chiedevano se Margherita Granbassi (fiorettista medaglia di bronzo alle ultime olimpiadi e appartenente all'Arma dei carabinieri) aveva ottenuto l'autorizzazione a partecipare alla trasmissione di Michele Santoro «Annozero»

corriere.it

le mie prime rubriche su un giornale

Da questo mese curo due rubriche musicali, le mie prime rubriche, su Coolclub (www.coolclub.it). Leggete e capirete :)

Avanti Pop – cinque brani di successo che piacciono anche a Coolclub

Brighton Port Authority feat. David Byrne e Dizzee Rascal – the Bpa Toe Jam: solo un genio della musica potrebbe cambiare 3 nomi d’arte oltre che ragione sociale e rimanere sempre attuale. Solo Norman Cook, in arte Fat Boy Slim, in arte BPA, può mettere insieme sacro e profano. Un mix letale. E dopo il singolo con Iggy Pop, aspettiamo l’album per capire cosa ci aspetta.
(www.myspace.com/thebpa)

Chemical Brothers – Midnight madness: avevamo temuto un lento e progressivo decadimento. Il best-of (già il secondo) aveva acceso ancora una volta la spia rossa della creatività. I fratellini di Manchester sono finiti? Sembrerebbe di no: questo singolo inedito a supporto di “Brotherhood” porta nuove idee insieme a un video delizioso. Non saranno tornati in Paradiso, ma un comodo purgatorio glielo dobbiamo.
(www.myspace.com/thechemicalbrothers)

Kings of Leon – Sex on fire: qui di pop c’è molto poco. Anzi, c’è solo una cosa: il primo posto in classifica in Inghilterra. Quanto basta per considerare i KoL una band pop atipica. La famiglia Followill dichiara di aver smesso con le droghe e la vita dissoluta, ma le chitarre continuano ad essere sempre le stesse. E in più è arrivato il successo. La più scontata delle citazioni per il gruppo mainstream meno mainstream del momento.
(www.myspace.com/kingsofleon)

Eli “paperboy” Reed – Stake on claim: prendete un ragazzo di 24 anni. Pensate ad Otis Redding. Cavalcate l’onda new-soul (anche se qui di new c’è davvero molto poco). Leggete un po’ di recensioni entusiastiche qua e là. E il brano arriva in radio. Per quanto ci sia molta moda in questa esplosione di popolarità per il ragazzo di carta, c’è anche molto di vero. Lo testimonia questo brano, che apre la sua opera prima, “Roll with you”, targata 2008 ma che suona fifties.
(www.myspace.com/elipaperboyreed)

The streets – Everything is borrowed: Mike Skinner è sempre lo stesso. Ha inventato il grime (o l’ha portato sulla scena pop britannica, poco cambia), canta sbilenco di piccoli problemi della sua vita e della società in cui vive. La cantilena prosegue fino al quarto album. Continua ad essere sempre lo stesso. E continua ad essere molto, molto apprezzabile. Sempre che vi piacciano gli aspiranti nerd ricchi di talento.
(www.myspace.com/thestreets)

Dammi una spinta – cinque artisti che ascolteremo in radio. Forse

Nneka – Heartbeat: electro-reggae nigeriano? Oramai vi siete abituati a qualsiasi tipo di assurdità da parte dei giornalisti che hanno bisogno di catalogare I generi e gli artisti. Eppure siamo davanti a un esperimento globalizzato. Nneka, oramai di base in Germania, mescola amore per l’Africa e suoni molto occidentali. Aggiungete un’ottima presenza scenica e avete capito che la ragazza va tenuta d’occhio.
(www.myspace.com/nnekaworld)

Skream – Check-it: è il momento del dubstep. Ogni mese salgono alla ribalta nomi improbabili, dj nascosti nei club di Londra, nei locali, nei sottoscala. Difficile frenare questo vero e proprio movimento culturale prima che musicale. Le contaminazioni sono tali e tante da rendere impossibile delimitare le peculiarità di questa rielaborazione di non meno di 4 generi contemporaneamente. Ma questa “Check-it” suona dubstep. Vero dubstep. Difficile trovare aggettivi, in questo caso la parola spiega più di ogni tentativo di descrizione. Preparatevi a sentirla in qualche dancehall colta.
(www.myspace.com/skreamuk)

Late of the Pier – Bathroom Gurgle: escono nel 2007, non se li fila nessuno. Li pesca la Parlophone: sono il fenomeno dell’autunno. Subito i confronti: Brain Eno, Frank Zappa. Così, per non mettere pressione sui ragazzi. Pop sintetizzato e farcito di elettronica e citazioni anni ’80, ovvero quella musica che piace molto agli “alternativi”. Qui si intravede del talento, oltre che il successo. Lo ha deciso la Parlophone, siete stati avvisati.
(www.myspace.com/lateofthepier)

Mustard Pimp – Zombie revenge: il titolo del brano tradisce le sue ispirazioni. No, non è death metal, è elettronica spinta, per non dire rozza. Un frullato di Daft Punk (sono francesi, se la cosa può aiutarvi a capire il quadro sinottico), Kernkraft 400 (ecco il rozzo), Kraftwerk e Crookers. Un Myspace delirante, così come il nome del progetto musicale. Non scommettiamo sul successo eterno della band, ma chissà che questo brano non diventi una chicca da dancefloor…
(www.myspace.com/mustardpimp)

TV on the Radio – Golden Age: se qualche anno fa c’era Andy Warhol, ora c’è Karen O, gli Yeah Yeah Yeahs, i TV on The Radio. Esplode la scena rock sofisticata (ma pur sempre rock) di New York, esplodono i Tv on The Radio. I critici d’oltremanica ed oltreoceano gridano già al miracolo, noi saliamo sul carro dei vincitori. Guidati dal non proprio statunitense Tunde Adebimpe, i TVotR sono un collettivo costituito da 5 musicisti, 5 collaboratori e un’orchestra Afrobeat nelle esibizioni dal vivo. Già sotto mamma Interscope, prepariamoci a strapparci le vesti.
(www.myspace.com/tvotr)

semplificare il linguaggio: un dovere culturale

La campagna per il ritorno alla maestra unica, al di là dei propositi contingenti di "risparmio", aiuta a riflettere in maniera esemplare sulle ragioni profonde delle fortune politiche della destra di governo, e sulle sue altrettanto profonde intenzioni strategiche. Sono intenzioni di semplificazione. Se la parola-totem della sinistra, da molti anni a questa parte, è "complessità", a costo di far discendere da complesse analisi e complessi ragionamenti sbocchi politici oscuri e paralizzanti, comunque poco intelligibili dall'uomo della strada, quella della destra (vincente) è semplicità.

La pedagogia e la didattica, così come sono andate evolvendosi nell'ultimo mezzo secolo, sono avvertite come discipline "di sinistra" non tanto e non solo per il tentativo di sostituire alla semplificazione autoritaria orientamenti più aperti, e a rischio di permissivismo "sessantottesco". Sono considerate di sinistra perché complicano l'atteggiamento educativo, aggiungono scrupoli culturali ed esitazioni psicologiche, si avvitano attorno alla collosa (e odiatissima) materia della correttezza politica, esprimono un'idea di società iper-garantita e per ciò stesso di ardua gestione, e in buona sostanza attentano al desiderio di tranquillità e di certezze di un corpo sociale disorientato e ansioso, pronto ad applaudire con convinzione qualunque demiurgo, anche settoriale, armato di scure.

In questo senso la proposta Gelmini è quasi geniale. L'idea-forza, quella che arriva a una pubblica opinione sempre più tentata da modi bruschi, però semplificatori, è che gli arzigogoli "pedagogici", per giunta zavorrati da pretese sindacali, siano un lusso che la società non può più permettersi. Il vero "taglio", a ben vedere, non è quello di un personale docente comunque candidato - una volta liquidati i piloti, o i fannulloni, i sindacalisti o altri - al ruolo di ennesimo capro espiatorio. Il vero taglio è quello, gordiano, del nodo culturale. La nostalgia (molto diffusa) della maestra unica è la nostalgia di un'età dell'oro (irreale, ma seducente) nella quale la nefasta "complessità" non era ancora stata sdoganata da intellettuali, pedagogisti, psicologi, preti inquieti, agitatori politici e cercatori a vario titolo del pelo nell'uovo. Una società nella quale il principio autoritario era molto aiutato da una percezione dell'ordine di facile applicazione, nella quale il somaro era il somaro, l'operaio l'operaio e il dottore dottore. Una società che non prevedeva don Milani, non Mario Lodi, non Basaglia, ovviamente non il Sessantotto, e dunque, nella ricostruzione molto ideologica che se ne fa oggi a destra, è semplicemente caduta vittima di un agguato "comunista".

In questo schemino, semplice ed efficace, la cultura e la politica, a qualunque titolo, non sono visti come interpreti dei conflitti, ma come provocatori degli stessi. Se la pedagogia "permissiva" esiste, non è perché il disagio di parecchi bambini o la legnosità e l'inadeguatezza delle vecchia didattica richiedevano (già quarant'anni fa) di essere individuati e affrontati, ma perché quello stesso problema è stato "creato" da un ceto intellettuale e politico malevolmente orientato alla distruzione della buona vecchia scuola di una volta. Insomma, se la politica è diventata un format, come ha scritto Edmondo Berselli, la sua parola d'ordine è semplificazione.

Per questa destra popolare, e per il vasto e agguerrito blocco sociale che esprime, la complicazione è un vizio "borghese" (da professori, da intellettualoidi, beninteso da radical-chic, e poco conta che il personale scolastico sia tra i più proletarizzati d'Italia) che non possiamo più permetterci, e al quale abbiamo fatto malissimo a cedere. Non solo la pedagogia, anche la psicologia, la sociologia, la psichiatria, nella vulgata oggi egemone, non rappresentano più uno strumento di analisi della realtà, quanto la volontà di disturbo di manipolatori, di rematori contro, di attizzatori di fuochi sociali che una bella secchiata d'acqua, come quella della maestra unica, può finalmente spegnere. La lettura quotidiana della stampa di destra - specialmente Libero, da questo punto di vista paradigma assoluto dell'opinione pubblica filo-governativa - dimostra che il trionfo del pensiero sbrigativo, per meglio affermarsi, necessita di un disprezzo uguale e contrario per il pensiero complicato, per la massa indistinta di filosofemi e sociologismi dei quali i nuovi italiani "liberi" si considerano vittime non più disponibili, per il latinorum castale di politici e intellettuali libreschi, barbogi, causidici, che usano la cultura (e il ricatto della complessità) come un sonnifero per tenere a freno le fresche energie "popolari" di chi ne ha le scatole piene dei dubbi, delle esitazioni, della lagna sociale sugli immigrati e gli zingari, sui bambini in difficoltà, su chiunque attardi e appesantisca il quotidiano disbrigo delle dure faccende quotidiane. Già troppo dure, in sé, per potersi permettere le "menate" della sinistra sull'accoglienza o il tempo pieno o i diritti dei gay o altre fesserie.

La sinistra ha molto di che riflettere: la formazione culturale e perfino esistenziale del suo personale umano (elettorato compreso) è avvenuta nel culto quasi sacrale della complessità del mondo e della società, con la cultura eletta a strumento insostituibile di comprensione anche a rischio di complicare la complicazione... Ma non c'è dubbio che tra il rispetto della complessità e il narcisismo dello smarrimento, il passo è così breve che è stato ampiamente fatto: nessuna legge obbliga un intellettuale o un politico a innamorarsi dell'analisi al punto di non rischiare mai una sintesi, né la semplificazione - in sé - è una bestemmia (al contrario: proprio da chi ha molto studiato e molto riflettuto, ci si aspetterebbe a volte una conclusione che sia "facile" non perché rozza o superficiale, ma perché intelligente e comprensibile). Ma la posta in gioco è molto più importante del solo destino della sinistra. La posta in gioco - semplificando, appunto - è il destino della cultura, degli strumenti critici che rischiano di diventare insopportabili impicci. Se questa destra continuerà a vincere, a parte il marketing non si vede quale delle discipline sociali possa sperare di riacquistare prestigio, e una diffusione non solo castale o accademica. Perché è molto, molto più facile pensare che l'umanità e la Terra siano stati creati da Dio settemila anni fa (cosa della quale è convinta ad esempio la popolarissima Sarah Palin) piuttosto che perdere tempo e quattrini studiando i fossili e l'evoluzione. È molto più rassicurante, convincente, consolante pensare che le buone maestre di una volta, con l'ausilio del cinque in condotta e di una mitraglia di bocciature, possano mantenere l'ordine e "educare" meglio i bambini ipercinetici, e consumatori bulimici, che la televisione crea e che la propaganda di destra ora lascia intendere di poter distruggere, perché è meglio avere consumatori docili (clienti, come dice Pennac) piuttosto che cittadini irrequieti. È meglio avere certezze che problemi.

È molto più semplice pensare che il mondo sia semplice, non fosse che per una circostanza incresciosa per tutti: che non lo è. Il mondo è complicato, l'umanità pure, i bambini non parliamone neanche. Se le persone convinte di questo obbligatorio, salutare riconoscimento della complicazione non trovano la maniera di renderla "popolare", di spiegarla meglio, di proporne una credibile possibilità di governo, di discernimento dei principi, dei diritti, dei bisogni fondamentali, diciamo pure della democrazia, vedremo nei prossimi decenni il progressivo trionfo dei semplificatori insofferenti, dei Brunetta, delle Gelmini, delle Palin. Poi la realtà, come è ovvio, presenterà i suoi conti, sprofondando i semplificatori nella stessa melma in cui oggi si dibattono i poveri complicatori di minoranza. Nel frattempo, però, bisognerebbe darsi da fare, per sopravvivere con qualche dignità nell'Era della Semplificazione, limitandone il più possibile i danni, se non per noi per i nostri figli che rischiano di credere davvero, alla lunga, al mito reazionario dei bei tempi andati, quando la scuola sfornava Bravi Italiani, gli aerei volavano senza patemi, gli intellettuali non rompevano troppo le scatole e la cultura partiva dalla bella calligrafia e arrivava (in perfetto orario) alla più disciplinata delle rassegnazioni. Cioè al suo esatto contrario.

Michele Serra, repubblica.it

martedì, settembre 23, 2008

EMI contro Emi (testamento di fine adolescenza)

Ruberò un po' di tempo al mio lavoro di produttore di parole per produrne altre, qui, tutte mie.

Per raccontarvi di un bivio, di una scelta di vita che ha proprio la forma delle due strade che biforcano.
Niente di metaforico, qua davvero è o dentro o fuori, o una vita o l'altra, senza troppe possibilità di ritornare sui propri passi.
Il destino è strano però. Se è vero che le due strade non sono tra di loro compatibili, hanno la stessa matrice iniziale.

Le mie 2 vite possibili iniziano entrambe con Emi.
La prima è quella dei sogni nel cassetto. Mi chiama la multinazionale, seppur indirettamente. Cercano stagisti, sezione promozione. Chi ha facoltà di scelta è mia amica (a conferma che bisogna sì essere bravi, ma le reti di relazioni valgono molto di più), mi chiama e mi dice che sono la persona giusta.
Eccoci: io in una multinazionale della musica. Produce i Coldplay e i Sigùr Ros. Aveva i Beatles e i Radiohead. Forse hanno perso il fascino di un tempo. Ma proprio per questo sono il sogno nel cassetto da me evocato.

Una roba del tipo "salva la musica". Sto studiando economia dei media da quando mi sono laureato, aspetto solo la responsabilità, il "potere", l'autonomia decisionale.
Eccoci. Milano mi aspetta.

Ennò.
Milano mi aspetterà.
Una Milano mai così accogliente, che mi vuole molto più bene di quanto me ne voglia Bari, che io però continuo a non sopportare, non sarà la mia casa. Almeno per i prossimi 9 mesi.
E dopo due dottorati volati, faccio volare via la EMI.

Tutto questo per restare qui a Bari, per leggere ieri pomeriggio il mio nome su un'organigramma, per ricevere un foglio a4 completamente bianco con la firma del mio Sindaco.
Un gesto che vuol dire
:

Veditela tu, Dino caro. Io mi fido di te.

Resto per questo, resto per gli altri, resto per Bari.

Ho rinunciato a Roma e Milano, a carriere più o meno certe perchè più o meno è certo il mio contributo in quei settori disciplinari (ricerca, musica), a cui ho sbattuto la porta.
Il sogno nel cassetto dovrà aspettare, e a questo punto non è detto che lo voglia aprire. E forse non è detto che sia effettivamente questo, il sogno.

Sono sinceramente sorpreso di me stesso: ho aspettato per anni questo momento, e ora che è il mio turno...

Ho deciso la mia strada, non ho ancora ben capito cosa dovrò fare, ma ho capito che voglio lavorare tantissimo, e bene. Voglio avere le responsabilità che sono scritte su quell'organigramma, voglio rischiare di bruciarmi la carriera a 24 anni, voglio che la gente mi dia consigli ma non mi prevarichi, perchè, immodestamente, ricopro un ruolo che a Bari nessuno può coprire meglio di me.
Voglio cambiare le cose. La politica, se si può.

Perchè è un ruolo nuovo, semplicemente questo. Ma non voglio abbassare la testa.
Almeno stavolta. Non giova a nessuno.

E voglio essere sincero con voi lettori, con amici, conoscenti, amanti e comparse.
Se pensate che io fino ad ora abbia lavorato forte, che sia super-impegnato, preparatevi al peggio.
Non avrò il tempo per le persone.
Per chi già si lamenta, prevedo tempi duri, durissimi. Ho una vocazione, un dovere, e intendo perseguirlo. Fino in fondo.

Capirò chi mi abbandonerà per la strada.
Ma non ci sarà posto per loro al mio ritorno.

Io inizio oggi, qui, ora, ufficialmente, la mia campagna elettorale.
Grazie EMI, ti penserò tutti i giorni.
Grazie Emi, hai fottuto EMI.

Buona vita a tutti.

p.s.alla storia del testamento non riesco a crederci fino in fondo. La mia anima cazzona avrà sempre la meglio.

lunedì, settembre 22, 2008

quando il testimonial fa la differenza

La famiglia Coppola

sabato, settembre 20, 2008

lykke li - youth novels


Lykke Li – Youth Novels

Genere: electro-pop

Etichetta: LL recordings

Voto: 7/10, (3,5/5)

I get weak
I get weary

I miss sleep

I get moody

I'm in thoughts
I write songs

I'm in love

I walk on


Lykke Li è il personaggio del momento sui blog musicali. Non credo che il motivo di questa sovraesposizione tra gli appassionati e gli addetti ai lavori sia dovuta a una qualche fonte di originalità. La svedese, classe ’86, è infatti un mix piuttosto azzeccato ma nient’affatto innovativo di Bjork, The Knife, Lolita e un goccio lesbo-friendly delle dimenticabili Ta.Tu. Ed è forse per questo che tutti ne parlano: la carica sensuale, giusto per tenerci sugli eufemismi. Ma sarebbe riduttivo associare Lykke a una macchina da soldi, per quanto ci si dovrebbe preparare all’evenienza. L’album infatti presenta alcune ovvie banalità nordic-pop, ma numericamente sono le buone intenzioni ed intuizioni ad avere la meglio. Soprattutto nel finale (ma chi le fa le scalette?), nella terna inaugurata dal singolo per il mercato europeo, “Breaking it up”, e completata da “Time flies”, che rende Lykke ancora più giovincella disperata, e “Window Blues” in cui si mette pure a cantare in francese. E’ un opera prima, e il futuro è questa volta indecifrabile. Potrebbe diventare una star o una meteora assoluta; molto più probabilmente sarà la cantante che piace alla gente che piace. Se volete darvi un tono, ecco il nome giusto: Lykke Li. Oltre a fare i fighi, avete anche un buon prodotto tra le mani.

ogni cosa è illuminata

Questa settimana è stata incredibile.

Ma oramai credo di dovermi abituare a questi aggettivi magniloquenti, almeno fino a quando non mi abituo alle situazioni.
Torno da Riva del Garda con 6 ore di seguito di football manager non prima di una piacevolissima puntata a Bologna.
Torno a lavoro, ci incastro la partita di pallone, mi faccio un altro convegno da 3 giorni, esco tutte le sere, faccio tardi in un paio di circostanze, aumento progressivamente il numero di Red Bull ingerite. Poi arrivo al sabato, dormo tutto il tempo, azzero la caffeina, rimetto in ordine le idee, mi preparo ad un'altra settimana incredibile.

Conosco gente, compro libri, faccio cose, saltello, parlo in pubblico. A nome di un'azienda, con quelle slide arancioni e tanta aria fritta sparsa.
Ogni cosa è illuminata, sono sempre contento, come sempre con quel filo di vergogna nel dirlo e paura che dicendolo possa essere punito dagli spiriti dell'equità.

Continuo a mettere insieme dati, suggestioni, idee per il grande lavoro che mi attende. Pianifico ancora viaggi, perchè a Proforma servo anche a questo, a portar dentro conoscenza, a fare relazioni esterne.
Penso spesso, la velocità della mia vita è piacevole norma, ascolto musica, dopo 10 righi mi chiedo se questo post non stia diventando più un flusso di coscienza che un bilancio settimanale ragionato.
Continuo ad immaginare come le cose potrebbero andare meglio nella mia città, nella mia nazione, nel mio mondo.
E a cosa farei io se avessi il potere di cambiare le cose. E cosa farò quando lo avrò, perchè potrebbe succedere anche domani.
Mi preparo. A tutto. Al grande amore, alla grande missione, alla grande delusione. A tutto ciò che di grande e sconvolgente può succedere in una vita già grande e sconvolgente.
Sono pronto. Quasi sempre. Quel quasi mi piace assai.

Va così, non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.
Sto bene. Quando sto bene non sono poi così verboso.
Fine.

ma magari!

Se avete un profilo su Facebook o su MySpace state allerta: la pagina che avete aperto per rimanere in contatto con i vostri amici o per conoscere nuove persone potrebbe rivoltarsi contro di voi. Le ricerche pubblicate in questi giorni negli Stati Uniti e in Inghilterra parlano chiaro: i social network sono una delle fonti di informazioni preferite dai responsabili delle assunzioni nelle aziende e dai selezionatori nei college.

Ad evidenziare il nuovo trend ci ha pensato per prima una ricerca di CareerBuilder.com, agenzia specializzata nel reclutamento. Secondo lo studio, condotto su 31 mila "cacciatori di teste", il 22% degli intervistati ha ammesso di controllare il profilo online dei candidati, mentre un altro 9% intende farlo in futuro. Un dato confermato anche dalla ricerca inglese di Personnel Today, condotta su 220 responsabili delle risorse umane, in cui un intervistato su 4 ha dichiarato di dare una "sbirciata" alle pagine personali prima di assumere una persona, alla ricerca di quei particolari che nessuno si sognerebbe di confessare in un colloquio.

Dal vigile occhio della rete (sociale) insomma non si scappa. Se fino a qualche anno fa i selezionatori si limitavano a digitare il nome del candidato sui motori di ricerca, sperando che dal mare magnum di internet spuntasse fuori qualcosa di rilevante, adesso hanno un'arma molto più potente e invasiva. Difficile credere che nel 2008 una persona in cerca di lavoro, e quindi presumibilmente tra i 20 e i 30 anni, non abbia un blog (3 milioni di italiani ne hanno uno) o un account su Facebook o MySpace (4 milioni di italiani sono iscritti ai social network). Di più, se dalle ricerche non risulta nulla, è possibile che sorgano dubbi sulla capacità del candidato di socializzare e, di certo, nessuna azienda vuole misantropi tra le sue fila.

Gli stessi rischi di chi cerca lavoro devono essere affrontati anche dai neo-diplomati di oltre oceano. Una ricerca citata dal Wall Street Journal mostra che nei 500 più prestigiosi college americani, il 10% degli addetti alle ammissioni usa i social network per reperire informazioni aggiuntive sulle aspiranti matricole, una ricerca che si fa ancora più approfondita in caso di assegnazione di borse di studio.

Ma cosa cercano esattamente questi "curiosi autorizzati"? Secondo CareerBuilder le informazioni più desiderate sono quelle sull'abuso di alcol e droga, magari corredate da foto o video compromettenti. Seguono la capacità di comunicazione e l'adeguatezza al ruolo, ma anche i collegamenti ad attività criminali e le rivelazioni sui passati impieghi stuzzicano la curiosità dei cacciatori di teste.

La consapevolezza di queste meccaniche genera però una serie di controffensive sempre più originali. Il candidato ad un posto in azienda provvederà ad eliminare dal suo profilo ogni commento sconveniente, evitando di partecipare a gruppi che possono spaventare i datori di lavoro e magari si iscriverà a LinkedIn, il social network pensato per gestire con professionalità i contatti di lavoro.

repubblica.it

quando lo dico io

Berlusconi ha dimostrato a sufficienza quanto la sua personale, privatissima giustizia possa essere creativa: negli anni, non c'è stata "stazione" del processo penale che non ne sia stata sconvolta (il reato, i tempi di prescrizione, la pena, le prove, la procedura). Il "lodo Alfano" doveva essere, nelle intenzioni del mago di Arcore, il sortilegio finale. Nessuno processo per Iddu. Impunità piena. Ma il diavolo ci ha messo la coda e il processo a Berlusconi, imputato di aver corrotto il testimone David Mills, può riservare ancora qualche sorprendente esito.

La spina che affligge Iddu è questa: è vero, dopo la vergogna del "lodo Alfano", Berlusconi non può essere processato, ma Mills sì. E se i giudici dovessero concludere che corruzione c'è stata e il testimone si è lasciato corrompere, chi volete che sia il corruttore in un processo che vede al banco soltanto due imputati (Mills e Berlusconi) e un unico fatto da valutare (i 600 mila dollari finiti nei conti dell'avvocato d'affari inglese)? Berlusconi si sarebbe salvato da una condanna, ma non salverebbe la faccia. Con tutto quel che potrebbe significare per il suo futuro istituzionale e per la sua immagine internazionale.

Ecco perché, con una nuova mossa di "giustizia creativa", il drappello dei suoi avvocati-parlamentari pretende che il processo Mills "muoia" fuori dell'aula del tribunale, fuori dal processo, fuori da ogni rito conosciuto e praticato finora. Chiedono che i giudici chiudano la porta e se ne vadano a casa.

I consiglieri del mago sanno quel che accadrebbe se la luce in aula restasse accesa. I giudici dovrebbero, per il "lodo Alfano" sospendere il giudizio per Berlusconi e concluderlo per Mills (il processo di fatto è finito e prima di Natale ci potrebbe una sentenza); dovrebbero dare la parola sulla sospensione al pubblico ministero che proporrebbe l'incostituzionalità del "lodo". E, vista la ragionevolezza dell'obiezione (la legge non è uguale per tutti?), a decidere sarebbe la Consulta: altro rischio che il mago non vuole affrontare non fidandosi dei suoi trucchi. Per farla breve, tutto potrebbe tornare in alto mare con scenari, per il mago, poco tranquillizzanti.

Ecco allora che gli avvocati non si presentano in aula per inconsueti impegni parlamentari, nonostante sia venerdì. Lavorano a un piano e hanno bisogno di tempo. Ecco perché. Hanno presentato in Cassazione una richiesta di ricusazione contro il giudice di Milano, Nicoletta Gandus. Dicono: quella toga è prevenuta contro Berlusconi, non può giudicarlo, non è né serena né imparziale. La mossa è assai bizzarra. Se Berlusconi grazie al "lodo" non può essere giudicato, che senso ha chiedere la ricusazione del giudice?

Ma è la giustizia creativa, bellezza!

E' vero che la Gandus non giudicherà Berlusconi (accusato di essere il corruttore), ma potrebbe giudicare Mills (accusato di essere il corrotto). Screditare l'imparzialità del giudice dà al mago di Arcore la possibilità di svalutare la possibile condanna dell'avvocato d'affari inglese (che, al contrario, non ha mai ricusato il giudice).

repubblica.it

Alborosie - Soul Pirate


Babylon dem thief my herb
dem thief my herb

Alborosie – Soul Pirate

Genere: reggae

Etichetta: Forward recordings

Voto: 8,5/10 (4,5/5)

Soul Pirate è fantastico. La recensione potrebbe finire qua, ma perché non raccontarvi il perché di tutto questo entusiasmo? In fondo potrebbe essere solo campalinismo. “From Sicily to Kingston, Jamaica” recita David Rodigan nell’intro; già basterebbe a far venire i brividi. Ma qua non è solo gusto per l’esotico, qua stiamo parlando di “real authentic reggae music”, sempre citando il più importante ambasciatore dei turntables dell’eredità della genie Marley. Stiamo parlando di Alberto D’Ascola, cantante dotato di una voce roca quanto evocativa ma soprattutto di una proprietà di linguaggio, di quel linguaggio, di quell’inglese sporco ma chiarissimo, che fa impallidire. Un album reggae non può non superare la prova della filologia: “Soul Pirate” è promosso a pieni voti. E il meglio è nella melodia: i 20 minuti aperti da “Precious” e chiusi da “Police” sono killer. All’interno di questo medley spunta “Herbalist”, primo singolo, primo nelle vendite in Giamaica, prima volta per uno straniero. E se pensate che questo cuscinetto d’oro faccia vivere di rendita Albo, vi sbagliate. C’è un altro regalo per chi giunge fino in fondo: una cover difficilissima, quella di “Natural Mystic” di Bob Marley, interpretata con suo figlio Ky-Mani. Fantastico, ora sapete perché.

venerdì, settembre 19, 2008

i social media al servizio della pubblica amministrazione



cai! cai!

qualche problemino per la cordata per acquistare Alitalia

Cai ritira l'offerta per l'Alitalia. Scaduto alle 15 e 50 l'ultimatum lanciato ai sindacati, la Compagnia aerea italiana ha deciso di rinunciare all'unanimità al piano di salvataggio. La decisione è arrivata dopo la proposta ai soci avanzata in assemblea dal presidente Roberto Colaninno. Rifiutata anche la controproposta inviata poco prima da Cgil e sindacati autonomi. A questo punto, spiega il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, «si apre la strada verso il fallimento». «Il ritiro dell'offerta per la Nuova Alitalia - spiega - è la logica conseguenza dell'assurda posizione ostruzionistica assunta dalla Cgil in alleanza con le sigle autonome di piloti e assistenti». Ma il ritiro di Cai è stato accolto positivamente tra i dipendenti Alitalia che si erano riuniti in assemblea all'aeroporto di Fiumicino. Non appena si è diffusa la notizia tra i circa mille dipendenti, sono scattati gli applausi. Tra gli slogan, «meglio falliti che in mano a questi banditi». Per Silvio Berlusconi, a questo punto «la situazione è drammatica». «Siamo di fronte a un baratro» afferma il presidente del Consiglio, che punta il dito contro i sindacati: «Le responsabilità di Cgil e piloti sono pesanti. Non vorrei che fosse questa la soluzione che qualcuno si era augurato». Secondo Luigi Angeletti, segretario della Uil, si apre adesso una «catastrofe sociale e sindacale». «L'azienda era già morta - aggiunge - e qualche mio collega si accinge a fare il becchino. Tutto ciò mi ricorda la vicenda della Fiat di 30 anni fa». Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, afferma che «per responsabilità di pochi pagheranno in molti. Spero che il governo garantisca uno spiraglio». Ma il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, respinge le accuse: «Il nostro sindacato si assume le proprie responsabilità, così come devono farlo l'azienda e il premier». «Ma lo scaricabarile sulle responsabilità, soprattutto se preventivo, non è degno di un paese civile» aggiunge. «Non ho mai visto - spiega Epifani in conferenza stampa - una trattativa in cui ogni giorno c'è un ultimatum e tra un ultimatum e l'altro non si lavora sui problemi. È inimmaginabile che il piano di rilancio della compagnia possa avvenire contro la volontà della maggioranza dei piloti e degli assistenti di volo». «Se siamo arrivati fin qui - afferma invece Pierluigi Bersani, ministro dell'Economia del governo ombra del Pd - Berlusconi non cerchi colpevoli. Il colpevole è lui. Purtroppo questo è l'esito di una operazione spregiudicata e irresponsabile che il Governo ha imposto e ha mal guidato». L'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, dichiara, al termine dell’assemblea Cai, che il fallimento delle trattative è «un gran peccato». Il senatore Roberto Castelli (Lega) dice invece di essere rimasto «allibito dalle immagini di giubilo dei dipendenti Alitalia». Per Enrico Letta (Pd), «hanno perso tutti. Per l'Italia è un altro passo in giù. Non c'è niente da applaudire e niente di che rallegrarsi. Ora c'è da tenere solo i nervi saldi». I VOLI - Sta di fatto che Alitalia rischia seriamente il fallimento. Per adesso, il commissario straordinario, Augusto Fantozzi, è «impegnato nel garantire la piena funzionalità dell'azienda». E poi? Fantozzi e i ministri interessati torneranno a fare il punto sulla situazione della compagnia di bandiera in un nuovo incontro fissato per lunedì. Non ci sarebbero problemi per l'operatività della compagnia durante il week-end. Il commissario, durante questi tre giorni, proseguirà a ricercare soluzioni alternative, partner o società interessate alla compagnia (nel frattempo, Lufthansa ha manifestato interesse per il mercato italiano). «Ma Alitalia - precisa Fantozzi - continuerà a volare fino a che ci sono i soldi, poi metterà gli aerei a terra». Intanto il commissario ha avviato l'iter per la cassa integrazione straordinaria per i dipendenti legati ai 34 aerei già messi a terra : riguarderà 831 piloti per 12 giorni al mese, 1.383 assistenti di volo per 10 giorni al mese e 2.072 dipendenti di terra per 6 giorni al mese. Fantozzi è stato inoltre convocato dal presidente e dal direttore generale dell'Enac, Vito Riggio e Silvano Manera, per lunedì 22 settembre, al fine di «verificare il permanere dei requisiti per il mantenimento delle licenze rilasciate dall'Ente ad Alitalia, Alitalia Express e Volare in base a quanto previsto dai Regolamenti Comunitari». (corriere.it)