Sabato 29 marzo, 17.11. Qualunque sia la data in cui pubblicherò questo post, sappiate che è questa l’ora esatta.
Finalmente mi fermo e mi dedico a me, dopo giornate piene. Niente di nuovo, mi porto il PD pure a Milano, o è lui che mi segue, cambia poco.
Sto partecipando a questo festival, oramai agli sgoccioli, si chiama More Than Zero. Ne parliamo dopo.
Fermi.
Volevo scrivere almeno un post al giorno. Mi piace l’idea di poter offrire un servizio a chi mi legge quando sono in viaggio.
E’ in viaggio che si cresce, che si capisce chi si è, cosa si vuole. Ed è oggettivamente un peccato non aver fermato alcuni trip mentali che a caldo si sono susseguiti, per arrivare a questo sabato pomeriggio con un PC rovente tra le gambe. Proviamo a fissare un bestofposthoc. Ho lavorato fino a mezzanotte sia ieri che avantieri, perché dopo 9 ore di convegni c’è qualcuno che si aspetta qualcosa da me.
1.
Ieri ho partecipato a un “panel”.
1beta: l’abuso di parole inglesi nel mondo della comunicazione è tanto evidente quanto stuprante la lingua italiana, ovvero il primo e più efficace mezzo di lavoro proprio dei comunicatori -> uno sputare nel piatto dove si mangia versione 2.0.
1gamma: dopo 3 giorni, mi sono un po’ annoiato di tutte le cose che finiscono con 2.0. Dopo il suffisso –ismo, ho un nuovo tormentone.
Dicevo del panel, è una specie di focus group più a tarallucci e vino. Meno empirismo, più filosofia.
Questo panel era condotto da Carlo Antonelli, direttore di Rolling Stone Italia. Presenti il creatore di LifeGate, il creatore di Yoox.com, eminenti esponenti della creatività.
Tutto è partito da un gioco: definire il concetto di industria creativa. 5 parole, concetti, aggettivi, fatti. Scopo? Creare mappe concettuali, definire scenari comuni a partire da punti di vista e di partenza diversi.
Uno spettacolo.
Io, che non vedevo l’ora di incrociare Carlo Antonelli (che per l’occasione si portato dietro pure il prode Bertallot) per fargli una marchetta e tentare la grande carriera da Lester Bangs (i pompini non li voglio fare, sebbene abbia come la sensazione che con Carlo Antonelli sarebbe stato un vantaggio competitivo) ho preferito restare Dino Amenduni e mi sono spiaggiato sul parquet, con la testa sullo zainetto.
Ma la mia testa cerca di essere molto meno indolente di quanto non dia a vedere con le pose del corpo, ed ecco le mie 5 parole. Se volete partecipare al gioco, poi facciamo noi una bella mappa, e vediamo che differenze ci sono.
Per me l’industria creativa è:
Rete: non solo il web, ma tutto ciò che mette in collegamento due persone. Dalla condivisione di un file a interessi, a un figlio in comune o un amante che va sia a vela che a motore, dal 3 di bastoni al 5 di cuori, tutto fa rete, potenzialmente. L’energia è l’uomo e la rete è in grado di autosvilupparsi a condizione che riceva mangime, feed.
In inglese funziona meglio sta metafora.
Soldi: mi piacerebbe che i creativi non fossero costretti a vivere l’ossessione dei soldi. Ossessione double-face: da un lato l’ossessione della ricerca da parte di chi ha grandi idee e non sa con quali mezzi metterle in pratica, dall’altra di chi approccia al mondo del marketing, della pubblicità, dell’aria fritta 2.0 (cazzo, ci sono ricascato) pensando di dover lucrare e basta, di farsi qualche grammo di cocaina, un paio di negroni e poi mi viene l’idea creativa.
E poi voto il Popolo della Libertà.
Vorrei che si lavorasse con passione, e che la passione fosse sufficiente, oltre che necessaria.
(sì, in politica economica sono di estrema, estrema sinistra)
Noi: con la n maiuscola. Non semplicemente la prima persona plurale di un pronome, ma un’unità, una prima persona singolare. Una super-unità, fatta di un ingroup (ahia, parlo psicologico) e di outgroup. Anzi, di tanti ingroup (io vado a ballare al Mavù e poi mangio da Maria la Chiattona: sono zagno o fighetto?) così come di tanti outgroup (mi dà al cazzo la gente che se non balla il sabato sera e non si ritira alle 9 non è contenta, ma io una volta ogni tanto lo farei: sono ipocrita o semplicemente non faccio uso di anfetamine?)
Riconosciuti il dentro e il fuori, si può riconoscere l’Altro. Sempre con la maiuscola. Niente che abbia a che fare con la grammatica italiana. Ma un’unità, a me complementare. O affine? O non è un’altra unità? Siamo la stessa cosa, forse? Ecco, nell’industria creativa queste menate non devono esistere. Si chiama economia delle relazioni, o ecologia delle relazioni. Quanto di più prossimo e allo stesso tempo diverso rispetto all’ipocrisia. Tutti sono utili alla causa.
Non devono esistere nemici per trasformare l’idea in verbo, in carne, in sangue. Esiste un noi, esiste un altro, esiste l’Alterità, l’altro da sé, questo Altro da noi in realtà è a noi vicino, può aiutarci, noi possiamo aiutare lui. Esiste un Noi. Fad’gam. (la sinistra ha messo il paese in ginocchio…e tante e tante altre)
Intelligenza sociale: non basta essere intelligenti. Che poi, cazzo vuol dire essere intelligenti? Tu lo sai? Sono le equazioni? I disegni? Il genio? La pazienza? L’arrivismo?
Si è intelligenti quando si capisce, si comprende il contesto. E si tira il meglio da sé, dai contesti, dall’interazione tra le due variabili che determinano la realtà. Essendo tutto sociale, culturale, antropologico (ciao ingegneri), 2.0. (arret!), la capacità individuale risiede in qualcosa che non è furbizia, perché la furbizia è un tratto univoco, che c’è o non c’è. Ma io potrei anche capire che devo fare l’ingenuo in certi contesti e il furbo in altri. Pensateci, se vi piace tanto la parola intelligenza, io ve ne ho dato una definizione tutto sommato non spaventosa, non da quoziente intellettivo, non da “se ho il QI sotto il 100 sono un deficiente”. Come se le persone fossero fatte con il righello.
Simboli: uno dei 3-4 concetti fondamentali della mia vita.
Ditemi voi: cosa non è simbolo? Cosa non è semioticamente connotato?
In comunicazione politica in particolare se non sai maneggiare i simboli è meglio che ti stai a casa a guardare i cartoni animati. Nella vita di tutti i giorni non è così diverso. Due esempi:
a.
Berlusconi trova un’anziana, l’anziana gli dice che c’ha l’artrite e i cazzi suoi con la pensione, con il figlio che si droga, con la figlia che c’ha il vizietto. Silvio, che di vizietto se ne intende, prende il portafoglio e fa fluire magicamente 100€ nella mano della signora. = simbolo: io, Berlusconi, sono in grado di farti arrivare i soldi se tu me li chiedi.
b.
Perché il fascinoso programma TV “Uomini e Donne” funziona senza sosta da tanti anni? Perché produce simboli.
Attacca una fascia di popolazione chiara e distinta e al suo interno ne individua dei prototipi. Il maschio con la ceretta, le lampade, 1000€ nella tasca, che non sa chi sia Luca Sofri e men che meno suo padre? Ce l’ho.
Ho 16 anni, ho i primi caldi, ma la generazione successiva alla mia i primi caldi li ha avuti prima: sono vecchia, mi sento sola. Vedo una ragazza coi quarantatreesimi caldi. Lei ce la fa, a farsi quello delle lampade. Ce la posso fare pure io. Ce l’ho.
Ho intercettato pure lei. Gli autori di Uomini e Donne producono simboli, feticci, oggetti. Chi guarda Uomini e Donne non può farne a meno perché usa quegli oggetti, quell’oggetto sono io!.
Il Simbolo è necessario per l’identificazione. E l’identificazione è necessaria sia per la declinazione “industria” che per la declinazione “creativa”. L’identificazione è l’unicità e la pecularità. Tutto è identità, tutto è simbolo.
Io ora porterei il piccolo Shardo a casa, che qua ci siamo ampiamente sfasciati i coglioni.
Anche se forse, dopo quello che ci è appena successo, quasi quasi restiamo…
(to be continued)
sabato, marzo 29, 2008
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento