lunedì, marzo 24, 2008

portishead - third

I don’t know what I’ve done to deserve you
and I don’t know what I’ll do without you


Portishead – Third

Etichetta: Island

Genere: Trip-hop

Voto: 4/5 (8,5/10)

Se Beth Gibbons non fosse nata a Bristol, la capitale mondiale del trip-hop (e non solo di quello), ma in Italia, magari nel profondo Sud, in qualche borgo calabrese dove la tradizione ha la meglio sul progresso, forse quella chioma bionda e quel fascino magnetico sarebbero a disposizione della comunità. Forse Beth sarebbe una prèfica, una donna che piangeva i morti a pagamento in occasione dei funerali. E credo che ci si sarebbe impegnati per avere Beth in tutte le funzioni. Se i Portishead non si fossero riuniti, il trip-hop, bandiera mai del tutto ammainata ma a mezz’asta da troppo tempo, non avrebbe mai avuto né la parola fine né la seconda puntata. Sarebbe stato un incompiuto: impossibile, per il peso specifico (e la conseguente eredità) di quello che, a livello musicale, può essere definito l’ultimo sussulto degli anni ’90. Se ci si fosse fermati a Dummy (1994), un cd assolutamente irripetibile, per loro come per chiunque altro, avremmo a che fare con un disco leggendario infarcito da una marea di rimpianti.

Ma la storia non si fa con i sé, e così Beth è tornata a casa dopo dimenticabili progetti solisti, a Bristol il trip-hop è stato tirato via dai cassetti e ripulito da un po’ di polvere stantia. E così, aspettando il tanto annunciato Weather Underground dei Massive Attack ci godiamo la terza fatica di studio del terzetto britannico. I 10 anni di pausa si percepiscono, ma non in modo determinante. Il suono è aggiornato, ma l’estetica del dolore, incarnato da sempre da un’ancora imprescindibile Beth Gibbons, è rimasta la stessa. Third raggiunge punte di eccellenza assoluta laddove si corrono i rischi maggiori, laddove la prèfica non deve solo piangere ma guidare le danze, laddove l’elettronica le fornisce un caldo riparo. E allo stesso tempo Geoff Barrow e Adrian Utley sarebbero due figuranti di lusso se non disponessero di cotanta chanteuse. Lo testimonia “The Rip”, dove il cantautorato non avrebbe lo stesso senso se non supportato dai sintetizzatori. L’opener “Silence”, al primo ascolto in particolare, è un viaggio emotivo difficilmente traducibile in parole. La traccia migliore, la numero 9, “Small” sarebbe piaciuta molto anche a Jim Morrison. E’ l’album tutto a rapire, indistintamente. I Portishead sono un’alchimia difficilmente ripetibile. La speranza è che ne siano consapevoli anche i protagonisti. Noi, 10 anni, non li vogliamo più aspettare.

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