giovedì, novembre 15, 2007

gabriele sandri


E' pressochè impossibile non cadere nella retorica.
Io comunque proverò a dire cose sensate.

Quello che è successo è grave, gravissimo. Se verranno accertate le responsabilità dirette e non colpose dell'agente, si creerà un clima di sostanziale guerriglia.
Qui si parla di sub-cultura, e questo termine mi sembra agghiacciante, applicato in questo contesto, non meno di tutte le parole di cui ci siamo dovuti abbuffare, che finiscono con -poli.

Il calcio appare ai miei occhi come un enorme cassa di risonanza dell'episodio. Non è stato troppo difficile associare il calcio all'omicidio, le spranghe ai proiettili. I giornalisti hanno fatto un discretto ciambotto e voilà..
Abbiamo mostrato tutta la nostra indignazione per i fatti di Genova (anche se poi la nostra amata sinistra è riuscita a non far approvare una commissione parlamentare d'inchiesta...viva Zapatero), saremmo rimasti indignati comunque per tanta efferatezza. Se l'omicidio fosse volontario, sfuggirebbe da ogni comprensione. Ma di chiunque, dal violento al filosofo, dall'appassionato del pallone a quello di decoupage.


L'Italia non ama le sue forze dell'ordine: sospendendo la valutazione su questa importantissima riflessione, dobbiamo prenderla come presupposto per fare il passo successivo.

Dobbiamo provare a spiegare la frase dell'ultras medio:

"per Raciti si ferma il calcio, per un tifoso no: perchè?"

Quando qualcuno riuscirà a convincere anche me che NON sono stati fatti due pesi e due misure, sarò più sereno. Non credo che il valore di un uomo con la divisa sia più alto di quello di un ragazzo che fa il dj. Fino a quando decisioni unilaterali verranno prese nei palazzi, avremo scempi come quelli di domenica pomeriggio.

Non ho intenzione di giustificare nessuno. Ma come il terrorismo islamico parla all'Occidente con la violenza, perchè noi siamo stati violenti con loro (e dimenticarselo sarebbe un grave errore storico), così i tifosi, un pò esasperati, un pò alla ricerca di pretesti per distruggere qualunque cosa, si sono sentiti liberi di non avere limiti nell'esternare il proprio dissenso.
Basterebbe un qualsiasi libro di psicologia sociale a uno qualsiasi dei signorotti per capire che non ci vuole un cazzo a trasformare un gruppo in folla, persone pensanti in persone irrazionali.

Ok, scadiamo nella retorica: ma c'è poco da fare, serve dialogo. Serve tra tutti i protagonisti del giocattolo-calcio. Serve nella vita di tutti i giorni.
Non credo che nessuno voglia far finire tutto questo, in cuor suo. Alcuni pensano che sia inevitabile, però se si potesse davvero scegliere, nessuno (o comunque una minoranza abbastanza ristretta) si è così disaffezionato al mondo del calcio per esprimere in modo cosciente, convinto, coerente che è meglio che non se ne faccia più niente.

Io in primis vivo una contraddizione: da un lato penso che arrivare a chiudere tutto e fare il fantacalcio della Premier League (che già faccio, n.d.r.) sia inevitabile, dall'altro mi sono buttato da poco in un progetto che intende giungere alla conclusione esattamente contraria. Ovvero aprire, aprirsi alla gente, aprirsi a nuove prospettive.

In sedi e tempi non sospette chiedevo con forza a chi poteva esaudire il mio desiderio di portare i figli e le mogli allo stadio, di andare in 40000, di renderla una festa popolare, tutte le settimane.

Voglio far vincere la pars costruens rispetto alla destruens. Oggi e sempre. Per il calcio e per qualsiasi altra cosa.

Eppure, mi tocca chiudere con una nota cinica: secondo voi chi verrà ascoltato alla Figc, al Coni, ai Ministeri, in Legacalcio?

Il popolo della domenica o Kakà, che avantieri ha detto "se continuiamo con le violenze me ne vado?"

w i soldi, w moggi.

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