mercoledì, ottobre 31, 2007

radiohead - in rainbows


Radiohead – in Rainbows
Etichetta: nessuna
Genere: alternative rock
Voto: 4,5/5

Se nell’intestazione della tua recensione arrivi alla voce “etichetta” e l’unica parola che ti viene in mente è “nessuna”, già ti viene un brivido lungo la schiena. Se poi rileggi per l’ennesima volta il nome della band, i brividi fanno festa. Sia ben chiaro, sono ben lontano da quella che Giulio Casale definiva “la sindrome di Vincenzo Mollica”, ovvero quella tendenza del giornalista-recensore a dire che tutto ciò di cui parla è bellissimo. Ma qui, per tante ragioni, siamo davanti a un evento storico. Si è detto e si continua a dire di tutto sulla scelta, probabilmente in anticipo di diversi mesi su quello che potrebbe diventare consuetudine, di distribuire l’album direttamente sul loro sito Internet. It’s up to you, è il pubblico che decide quanto pagare per avere le tracce in mp3. 0 o 100 sterline, in linea teorica non fa differenza (chissà noi italiani come ci stiamo comportando…). Una scelta che ha già fatto scuola: Jamiroquai e Nine Inch Nails si sono detti pronti a replicare. Ma non può finire qui, nessuno pensava che si dovesse parlare solo di questa rivoluzione, seppur pur sempre di rivoluzione dobbiamo parlare. Non ce n’è motivo: l’album è infatti davvero ben riuscito. Da Nigel Godrich a Mike Stent in cabina di regia, ma la differenza è impalpabile. Accompagnamolo come si fa con un bambino a scuola. Traccia 1, “15 step”: inizia che ti sembra Aphex Twin, poi entra la chitarra e torniamo alla realtà. Traccia 3, “Nude”: il punto più alto di Yorke. Numero 4, “Weird Fishes/Arpeggi” (incisa nel 2005): fan di “Amnesiac”, ecco quello che vi serve. Rallentiamo, c’è “All i need”, la perla (e qui però c'è lo zampino di Godrich), con quel riff che non si capisce da quale pianeta possa provenire. Forse bisogna cercarlo semplicemente a casa Greenwood. Traccia 8, “House of Cards”: qualcuno parla di bossanova, ma basterebbe sottolineare l’uso sapiente delle percussioni. Sono proprio queste ultime a vincere questa sfida tutta interna nelle evoluzioni dei Radiohead, ce lo conferma la finale “Videotape”, scritta dal batterista Phil Selway. Sui testi: Thom Yorke legge Ballard e le sue congetture su riscaldamento globale e fine del mondo, ma se non lo so, mi sembra solo che sia innamorato. Di qualcosa, di qualcuno, di sé stesso. Un album che riesce a essere nuovo senza dare grandi scossoni al timone, che è il più orecchiabile e contemporaneamente il meno accessibile. Una summa, l’album della maturità, secondo solo a “Kid A”. Non attrarrà nuovi fans, i Radiohead continueranno ad essere l’ideale ponte tra il mainstream e l’alternativo, riuscendo ad essere entrambe le cose senza compromessi e con tanta, tanta coerenza. Ce ne fossero di gruppi così.

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