venerdì, maggio 23, 2008

work works (mattàne)

Ho ricevuto un'offerta di lavoro.
E' full-time. Assomiglia a quello che solitamente viene definito "posto fisso".
E' ben retribuito, così ben retribuito che in linea puramente teorica avrei potuto stabilire il mio stesso valore di mercato e quindi lo stipendio. Con un briciolo di autocontrollo, chiaro.
E' un bel lavoro, anche se faticoso. Risponde a molte delle prerogative di chi ha completato il mio percorso di studi.
Comunicazione, psicologia sociale, organizzazione aziendale, nuovi media: c'è tutto.
E' un'offerta che giunge alla fine di un ciclo di attività che ho svolto, attività la cui qualità non mi era stata ancora certificata da nessun feedback o attestato di stima, se non puramente informale.
Ricevuta, forse per la prima volta nella mia vita, da persone, da una struttura con cui non ho nessun tipo di legame emotivo-affettivo, ma quasi esclusivamente formale, basato sulla competenza e se proprio vogliamo, sul merito.

E' la prima offerta di lavoro che sembrerebbe rispecchiare l'ideologia delle offerte di lavoro tradizionali, così come ce le immaginiamo.

Oh, finalmente uno stipendio sicuro. Posso prendere le valigie e andarmene, ho addirittura le coperture per abbozzare un mutuo.
E' fatta, finalmente vado a vivere da solo: la mia priorità è a portata di mano. Niente più salti mortali, niente più incertezza su cosa farò di qui a 3 mesi.
Posso vivere a Bari, non avrò bisogno di lasciare un luogo che amo.

Ho rifiutato.

E l'ho fatto di getto, istintivamente. Ma sono assolutamente convinto della mia scelta.

Ero pronto a un confronto, non a un tale credito di stima.

Ho rifiutato, ho detto di no alla stabilità, al posto fisso, alle certezze.
Ho detto di no all'idea di doverla chiudere qua, seppur più che dignitosamente e nemmeno in modo irreversibile.
Ho detto di no alla casa, alla totale indipendenza economica dalla mia famiglia che poi, quasi in un paradosso, corrisponde alle certezze personali. E' questa la novità, se vogliamo, più sconvolgente.

E' esplosa un'altra bolla, amici miei: quando dicevo che la mia priorità era lasciare questa casa, io lo dicevo credendoci veramente. Ma non era vero, non era affatto vero, e io non lo sapevo.
Bolle su bolle. Esplodono in continuazione.

Sono sempre più convinto che tutte le nostre vite si basino sugli autoinganni, che però spesso nemmeno sveliamo, perchè non ci mettiamo (più o meno volontariamente) nelle condizioni
di scoprire chi siamo davvero, cosa vogliamo davvero, dove vogliamo andare a parare. Cosa è nostro e cosa è indotto. Incredibile come oggi mi sia apertamente sbugiardato.

Non ho nessuna intenzione di mettermi calmo e pacato. Casa, evidentemente, può aspettare. Può aspettare che i soldi arrivino puramente attraverso la passione, senza la quale non si può vivere lavorando per 40, 50 anni.

Può aspettare una modalità di presa di decisione che rispecchi una lucida analisi del mercato del lavoro italiano e ancor di più meridionale alla luce della quasi-recessione del nostro paese, dell'abuso che si fa della Legge Biagi, del precariato come stato esistenziale dal quale si dovrebbe sfuggire da un momento all'altro.
Può aspettare la comodità, la stabilità, il domani sicuro.

Razionalmente è un suicidio.
Un saluto dall'iperrazionale.

1 commento:

Anonimo ha detto...

NON HO CAPITO PERCHè NON ACCETTARE IL LAVORO TEMPORANEAMENTE E POI QUANDO VORRAI,LICENZIARTI...MICA AVRAI DOVUTO FIRMARE IL CONTRATTO CON IL SANGUE! E AVRESTI SEMPRE POTUTO LAVORARE E NON ANDARTENE DI CASA,CHI TI OBBLIGA A TENERE QUESTO LAVORO TUTTA LA VITA E A CHIEDERE IMMEDIATAMENTE UN MUTUO?
OPS SCUSA IL MAIUSCOLO
ROBBA