
Alle accuse dell'opposizione, che ha parlato di "voto farsa", nei confronti del presidente Vladimir Putin, e ai dubbi della Casa Bianca, si sono aggiunti stamane i pesanti rilievi dell'Osce. All'indomani del voto legislativo, che ha dato la maggioranza assoluta al partito Russia Unita del presidente Vladimir Putin, il presidente dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa definisce le elezioni "non corrispondenti agli standard dell'Osce". In pratica, non corrette.
"Queste elezioni non hanno rispettato molti degli impegni e degli standard che abbiamo nell'Osce e nel Consiglio d'Europa", ha detto Goran Lennmarker, capo dell'assemblea parlamentare dell'Osce. Ancora più netto il giudizio del vice capo dell'assemblea parlamentare Osce, il finlandese Kimmo Kiljunen, secondo il quale i risultati elettorali sarebbero stati praticamente decisi dal Cremlino.
Anche il commissario agli Affari Esteri Benita Ferrero-Waldner ha rilevato nelle elezioni russe "alcune violazioni dei diritti fondamentali", e cioè in particolare del diritto di assemblea e della libertà di espressione.
Dubbi e accuse sono tuttavia respinte dal capo della Commissione Elettorale che, stamane, ha assicurato che, nelle elezioni legislative svoltesi domenica in Russia, non ci sono state irregolarità di rilievo.
Ieri anche gli Stati avevano chiesto che venisse aperta un'inchiesta per verificare le accuse di brogli mosse dalle opposizioni. "Le prime notizie dalla Russia includono accuse di irregolarità. Esortiamo le autorità russe a indagare", aveva dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, Gordon Johndroe.
I risultati. Secondo gli ultimi risultati, ancora non definitivi, annunciati dal presidente della Commissione elettorale centrale, il partito 'Russia unita' del presidente russo Vladimir Putin ha ottenuto il 64,1 per cento dei consensi, stando a quanto emerge dopo lo spoglio del 98% delle schede.
Il che significa, scrive l'agenzia russa Itar-Tass citando un membro della Commissione elettorale, che 'Russia Unita' si è assicurata la maggioranza costituzionale di 315 seggi dei 450 seggi del nuovo Parlamento russo. Se il dato sarà confermato, Russia Unita, con i due terzi dei seggi, avrà mano libera per emendare la Costituzione. Nell'attuale Parlamento, Russia Unita aveva invece 297 deputati.
Venezuela: fallita (per mò)

Che qualcosa non andava s'è cominciato a capire quando il Cne, la commissione elettorale, mentre su Caracas calava la notte ritardava la diffusione dei risultati. Una scusa, apparentemente, c'era: molti seggi avevano chiuso le operazioni di voto diverse ore dopo l'orario fissato, le quattro di pomeriggio (le nove in Italia). Così, mentre le agenzie internazionali, Reuters in testa, diffondevano i dati (sbagliati) degli exit poll per i Tg della sera, al palazzo di Miraflores (sede della presidenza) si svolgeva una riunione, fra spin doctor del presidente e leader dell'opposizione, nella quale si decideva di annunciare la bocciatura del referendum di Chavez sulle riforme costituzionali soltanto a notte fonda, mezz'ora dopo l'una, "per evitare incidenti".
Il risultato finale è quello di un paese, il Venezuela, apertamente spaccato in due (50,7 al no, 49,2 al sì) ma l'unica cosa che davvero conta è la prima sconfitta di Chavez dopo nove anni di vittorie senza appello.
Qualcosa, nella sua marcia trionfale verso il "socialismo del XXI secolo" s'è inceppato, e da adesso il leader venezuelano ha almeno una data di scadenza: il 2012, momento in cui finirà il suo attuale mandato presidenziale. Questo almeno in teoria perché gli effetti della sconfitta di ieri vista la posta in gioco potrebbero anche aprire nuovi scenari nel volgere di pochi mesi.
Infatti quello che gli elettori hanno bocciato non è solo l'ipotesi di un mandato presidenziale "a vita", com'era previsto nella riforma, ma anche il progetto, le "pillole di socialismo" che i nuovi articoli introducevano nella Costituzione: dalla possibilità di espropriare i privati per "garantire il fabbisogno alimentare della popolazione" alla necessità di "incoraggiare l'economia socialista" consentendo al presidente di controllare la Banca centrale svuotata della sua autonomia fino al divieto, per legge, di privatizzare le aziende statali.
Una miscela di nuove misure, dove accanto ad una ampia estensione dei poteri del presidente c'erano la "settimana corta" e l'abbassamento a 16 anni dell'età minima per votare, che visto il risultato deve aver spaventato anche numerosi elettori di Chavez. Di certo aveva spaventato il suo ex ministro della Difesa, Raul Baduel, l'uomo che lo rimise al potere dopo il fallito golpe del 2002, tanto da convincerlo a passare all'opposizione.
Un altro elemento, considerando l'alta astensione, oltre il 44 percento, può essere anche trovato nella stanchezza "dell'esercito bolivariano", quel popolo dei più poveri che fino ad oggi Chavez ha trascinato al voto praticamente una volta all'anno dal 1998. Oppure nell'assuefazione al conflitto. Quelle terminate con la sconfitta di ieri sono state davvero le tre settimane "nere" di Hugo Chavez. Ha cominciato re Juan Carlos, il 10 novembre, con quel suo ormai famosissimo "porque no te callas?" (perché non stai zitto) rivolto a Chavez al termine del Vertice ispano-americano di Santiago del Cile. Poi è arrivato Uribe, il presidente colombiano, che all'improvviso gli ha tolto la mediazione che gli aveva affidato con la guerriglia delle Farc per liberare la Betancourt. Trattativa ben avviata e grazie alla quale Chavez avrebbe incassato un ritorno d'immagine da leader influente e vincente in tutta l'America Latina e non solo. Fino ad una storia meno nota ma altrettanto importante: l'annuncio della scoperta in Brasile di nuovi e consistenti giacimenti di petrolio. L'ultima novità che manda all'aria il progetto di Chavez di dominare con l'energia tutto il continente costruendo un gasdotto dal Venezuela alla Patagonia. Peggio di così. In tre settimane ha azzerato le relazioni con la Spagna, litigato con la vicina Colombia ed è stato costretto a ridimensionare le brame di allungare la sua influenza petrolifera fino all'Antartide. Forse ieri ha perso il referendum nel quale aveva messo in gioco tutto il suo futuro politico anche per questo.
Ora, mentre l'opposizione per la prima volta fa festa per le strade di Caracas, Chavez fa buon viso a cattivo gioco. "E' stato un esercizio di democrazia", ha detto dopo aver annullato la conferenza stampa prevista per la vittoria, "accetto la sconfitta, ma io - ha detto rivolto all'opposizione - una vittoria di Pirro come questa non l'avrei voluta".
fonte: repubblica.it

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